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Dopo sei giornate di campionato l'Inter di Mancini ha totalizzato gli stessi punti della squadra schiacciasassi dello scorso anno. Ma, pur avendo dovuto fronteggiare l'assenza di numerosi titolari e una condizione di forma precaria, i nerazzurri hanno segnato fino a questo momento 2 reti in più rispetto alla passata stagione (è il migliore attacco) subendone ben 4 in meno. L'Inter di Mancini è prima in classifica, dopo aver battuto la Roma all'Olimpico nel primo scontro diretto.
Sull'altra sponda del Naviglio un Milan che arranca in casa (dove non ha ancora mai vinto in campionato) contro un Catania ripresentatosi a San Siro, a due settimane dalla sconfitta per 2-0 contro l'Inter, privo di due pedine fondamentali: gli squalificati Tedesco e Baiocco. A parte il discutibile rigore concesso ai rossoneri, col quale hanno pareggiato i conti dopo un primo tempo concluso col vantaggio degli etnei, la squadra di Ancelotti è arrivata soltanto un'altra volta al tiro: con Kakà. Poi il nulla.
Il club della Milano che retrocede, superato in classifica anche dalla simpatica Sampdoria, naviga a vista attorno al decimo posto. Tra cozze, alghe e bagnanti. Lo scorso anno alla fine del campionato i punti di distacco dall'Inter erano oltre 30. Quest'anno sono già 7 dopo appena 6 giornate. Ma i media naturalmente non parleranno di Capello... o di Mourinho che cerca casa a Milano. E non parleranno di panchina che vacilla e di Ancelotti a rischio esonero. E in fondo è anche giusto così. Forse. Ma la domanda è: a parti invertite, se l'Inter giocasse come il Milan e occupasse in classifica la posizione della squadra di Ancelotti, cosa accadrebbe a Mancini? Pensateci.
Lo suona bene il piffero, Spalletti. Ci ammalia con la sua melodia suadente e ci offre ogni volta un'esecuzione pressoché perfetta. Troppo perfetta per essere "vera". Suona "a memoria", si dice. Poi... swoosh... il colpo di vento che allontana lo spartito dal leggìo e... l'orchestra giallorossa implode di fronte a una direzione che d'un tratto si scopre improvvisata e impotente. Quante stecche ieri. La direzione sembrava quella di un maestro, Luciano Spalletti, che conosce un solo spartito. E dirige certamente bene la propria orchestra - "la Roma è la più bella", no? - ma solo finché si tratta di suonare sempre la stessa musica.
La squadra di Spalletti ha un gioco a una sola dimensione e anche nella sfida con l’Inter all’Olimpico ha mostrato tutti i suoi limiti, limiti mostrati ampiamente l’anno passato quando finì staccata di ventidue punti. (leggi)
Certo, se ambisci a vincere lo scudetto non puoi ricavare 2 punti nelle prime 3 partite "vere" che il calendario ti impone, due delle quali in casa (con la neopromossa Juventus di Lefrattaglie e Criscito e con l'Inter). L'Inter della passata stagione - impermeabile a una rancorosa e tendenziosa campagna mediatica che dura ancora e che i giallorossi hanno la fortuna di non dover fronteggiare ogni santo giorno - esordì a Firenze portandosi sullo 0-3 a venti minuti dal termine, a qualche ora dalla morte del Cipe; poi la Sampdoria; e infine la vittoriosa trasferta all'Olimpico contro la Roma asfaltata anche ieri. Ieri la "singolar tenzone" delle panchine l'ha vinta Mancini. L'ha stravinta, anzi. Ha sorpreso tutti con una formazione disposta in modo speculare rispetto a quella giallorossa: una sola punta e una ragnatela di centrocampo che ha irretito quello romanista. E dopo una frazione di gioco il coup de théâtre: fuori Ibra ammaccato, si torna al 4-4-2 con i due spietati sicari argentini - Crespo e Cruz - là davanti a seminare morte e distruzione.
La Roma è rimasta in 10 dopo mezz'ora, è vero. Ma prima di allora i giallorossi cosa avevano concluso? Se Giuly non l'avesse parato sulla linea della propria porta dove sarebbe finito quel pallone scagliato maleficamente da Ibra dopo la parata di Doni su Cesar? Amen. Beccantini, tifoso juventino d.o.c. ma autorevole e competente narratore di cose calcistiche, coglie nel segno come al suo solito raccontando su La Stampa il Roma-Inter di ieri:
È il 29’. Segnatevi questo minuto. Spacca la partita. L’uomo in meno ingessa una Roma che, per la verità, era già apparsa molle, confusa e sterile. Mancavano Aquilani e Taddei: dove le mettiamo le serenate sciolte alla qualità del mercato romanista? Il primo a non dare segni di reazione è Spalletti. L’alibi Manchester non regge. La gabbia di Dacourt, Figo, Stankovic, Cambiasso e Cesar blinda le fasce, Panucci e Tonetto non sanno che pesci pigliare, Pizarro ne azzecca poche, De Rossi non si stacca dalla garitta, a Samuel e Cordoba non resta che dare una spolveratina
ai mobili (leggi).
All'Inter mancavano Materazzi, Maicon e Vieira. Mettiamoci anche questo.
Su Il Giornale ci sono delle condivisibilissime pagelle. "Mancini - c'è scritto - stravince la «guerra» delle panchine con la tattica e con i cambi". Non solo. Il Mancio, baüscia dentro che non la manda certo a dire a gnomi, opinionisti da taverna e altri fossili che affollano l'universo televisivo e non solo, ha compiuto la rivoluzione più difficile: quella ambientale. C'era un tempo in cui le polemiche montate ad arte, il clima ostile alimentato dai media, le critiche talvolta troppo severe all'indirizzo della squadra contribuivano a minare l'equilibrio dello spogliatoio e comprometterne in modo devastante il cammino e i risultati. Oggi è il tempo in cui quelle critiche rancorose e le polemiche ci rimbalzano addosso trasformandosi in uno stimolo ulteriore. Questo succede solitamente alle grandi squadre. E ai loro grandi allenatori.
Julio Cesar 6.5: chiamato in causa nel primo minuto di gioco su punizione di Totti, proprio come lo scorso anno, si esibisce in una respinta ravvicinata su Mancini, la sua specialità. Dissipa anche l'ultimo lampo della Roma, toccando in angolo un tiro fuori dello stesso brasiliano; Zanetti 7: è il primo beneficiario della strigliata del Mancio dopo Istanbul. Quel "non guardo in faccia nessuno" era riferito anche a lui, capitano storico di una squadra che ne ha viste di tutti i colori. Raddoppia e scende con regolarità, restituendo Tonetto alla sua dimensione provinciale; Cordoba 7.5: mezzo punto in più per il gol, ma è in netta crescita. Domina nelle palle alte e chiude spesso Totti in modo irriverente; Samuel 8: è il centrale deputato a lasciare la sua zona di competenza e non casualmente si trova sempre dove passa la palla. E' tornato quello della Roma scudettata, quando faceva sembrare capace persino Antonio Carlos Zago, il Mezzano dello Stato di Sao Paulo; Maxwell 6.5: ingenuità clamorosa nel gol del pareggio di Perrotta, ricorda Zanetti per come si muove palla al piede, da buon brasiliano tenta di giocarla sempre, scatenando il contropiede ferale che mata la banda di Spalletti.
Cambiasso 8: del centrocampo a tre è quello che beneficia più di tutti, essendo un giocatore ambivalente, portato alla rottura e alla ripartenza immediata. Perfetto nell'occasione del gol di Crespo, dimostra di essere un giocatore in risalita; Dacourt 7: randella a centrocampo da par suo, rinfrancato dalla presenza di Cambiasso. Vittima preferita dell'arbitro Rizzoli, che gli fischia contro ogni intervento, esce malconcio; Crespo 7.5: c'è poco da fare, quando è chiamato in causa Valdanito risponde presente, esibendosi in una spettacolare girata al volo di prepotenza. Meraviglioso l'uno due con Cambiasso che ha mandato fuori giri la difesa giallorossa; Stankovic 6: partita mediocre, in attesa di ritrovare il passo e la posizione preferita. Ha l'attenuante di un dolore costante al tallone, ma anche il merito di non farsi invischiare dal centrocampo romanista.
Figo 7.5: si muove sull'esterna per dare fastidio ai fluidificanti avversari, combinando qualità a grande sostanza. Mette lo zampino nel gol di Cordoba e punta spesso il diretto avversario, lo stesso Tonetto provinciale di cui sopra; Pelè s.v.: ha il tempo di ammirare un altro grande stadio italiano; Ibrahimovic 8: presente nel contropiede lanciato da Maxwell, ciabatta morbidamente un rigore che solo l'insipienza di Doni fa passare, ma è una presenza costante che costringe Mexès a metodi sbrigativi, puntualmente ignorati dall'arbitro; Cruz 8: devastante fin dal suo ingresso, colpisce un palo e secca Doni dalla distanza, risalendo fino al centrocampo per recuperare palloni e dare man forte. Era in ritardo, ma sta recuperando; Aparecido Cesar 8: grande partita di corsa, qualità e tocchi felpati. Splendido il tacco con cui libera Cruz nell'occasione del palo, si propone sempre infilando dal lato una difesa centrale impegnata a controllare Ibrahimovic.
Mancini 9: non solo azzecca i cambi, interpretando il comune sentire di tanti tifosi, ma impartisce una severa lezione al tecnico avversario vittima di unico schema immodificabile. L'anno scorso l'Inter in inferiorità numerica piegò Lazio, Milan e Siena, portando a casa nove punti; contro la Roma schiera una squadra larga, capace di penetrare la difesa dalle fasce, mentre Ibrahimovic costringe i centrocampisti della Roma a ripiegare sulle retrovie, costruendo una superiorità numerica nel mezzo, là dove la Roma si è sempre sentita sicura.
Rizzoli 3: voto speciale per l'arbitro designato da Collina, fischia in una sola direzione, dando alla Roma le uniche serie occasioni per colpire. Ignora le trattenute in area su Ibrahimovic, non fischia punizione nell'occasione dell'intervento di Juan e, fatto ancora più grave, non vede un netto rigore su Figo.
È quella che Roberto Mancini, criticato da più parti durante le ultime settimane, ha impartito al collega Spalletti. La Roma bella, vincente, sfavillante, amata e riverita in modo trasversale da tutto lo Stivale calcistico è stata umiliata e ridimensionata in casa propria contro un'Inter solida e possente. Un'Inter priva di Vieira, Maicon e Materazzi. Mancini si è inventato un modulo inedito rinforzando il centrocampo (imbavagliando gli incursori giallorossi) e posizionando il solo Ibrahimovic in avanti: la Roma, che gioca bene ma gioca in un solo modo possibile, ha tirato in porta una sola volta nel primo minuto di gioco con un potente calcio di punizione di Totti dal limite dell'area respinto da Julio Cesar (che poi ha ribattuto anche su Amantino). Dopodiché è sparita dal campo. È rimasta impaludata dallo scacchiere tattico sapientemente costruito dal Mancio. E l'espulsione di Giuly alla mezz'ora non ha fatto che confermare il corso che la gara aveva già preso.
Mancini è stato grande. È stato grande quando ha sostituito nei primi minuti della ripresa un Ibrahimovic ammaccato con due attaccanti togliendo un mediano: Dacourt. Dopo il fortunoso pareggio di Perrotta (colpevole Maxwell) l'Inter è tornata in vantaggio proprio con Crespo. E con Cruz, che qualche minuto priva aveva anche preso un palo con un bolide dal limite, ha chiuso la pratica. La rete dell'1-4 di Ramiro è solo la ciliegina sulla torta. Una torta che è andata di traverso alla folta schiera di detrattori dell'allenatore nerazzurro: opinionisti da taverna televisiva, antichi moggiordomi e rosiconi dell'ultim'ora. Quelli che "l'Inter non ha un gioco", che "non ha carattere", che "è Ibra dipendente". Una lezione di calcio. Salutate la capolista.
P.S. C'era un rigore su Figo e due su Ibrahimovic. Ma le recriminazioni lasciamole a Galliani, che "piange da due giorni". Il fazzoletto magari glielo presterà Spalletti.
Roma-Inter mondiale. Ore 18: Olimpico pieno per la sfida scudetto tra le regine della scorsa stagione. Due miliardi di persone in tutto il pianeta assisteranno al confronto Totti-Ibra.
Un titolo che dà l'idea dello stato pietoso della nostra stampa sportiva nazionale. Secondo il Corriere dello Sport dalle 18.00 alle 19.45 di oggi un terzo del pianeta Terra si fermerà per guardare una partita di calcio. La superficialità con la quale si scambia il dato potenziale della popolazione di un paese con l'audience televisivo è disarmante.
Ma tra le panzane del giorno meritano sicuramente una menzione le dichiarazioni rilasciate da Luciano Spalletti in conferenza stampa ieri. Il succo è il seguente:
Noi dobbiamo essere quelli che siamo stati negli ultimi due anni, cioè esprimerci attraverso il collettivo perché loro nelle individualità hanno qualche vantaggio. A volte il miglior collettivo batte i migliori undici.
Come si faccia a sostenere una tesi come questa mi riesce veramente difficile capirlo. Prima di tutto l'Inter potrebbe essere superiore - nelle individualità - qualora presentasse l'undici titolare, non l'undici privo di Maicon, Vieira, Chivu e Materazzi. L'argomentazione spallettiana, ricorrente in tutta la pubblicistica sportiva nazionale, cadrebbe già di fronte a questa semplice osservazione. In secondo luogo Spalletti, coperto da quella critica appunto, vorrebbe farci credere che De Rossi sia inferiore a Dacourt (panchinaro nella Roma due anni fa), che Cordoba sia meglio di Mexes, Crespo di Totti, Figo di Mancini e via discorrendo. La Roma è una signora squadra, piena zeppa di nazionali che vengono spesso indicati come i migliori nel loro ruolo. Quest'anno si è rinforzata con Juan, Giuly, Cicinho ed Esposito, non certo delle seconde linee, ma dei potenziali titolari simili a quelli che schiera l'Inter per coprire le numerose assenze.
La solfa è la solita: la Roma è un collettivo che gioca bene, il gioco si esprime attraverso le virtù taumaturgiche dell'allenatore. L'Inter, al contrario, è una squadra ricca di individualità che gioca attraverso singoli duelli. Ancora ieri leggevo da qualche parte che l'Inter è dipendente da Ibrahimovic. Ma basta guardare l'azione del gol di Mancini contro la Fiorentina, per scoprire che siamo di fronte alla stessa azione del secondo gol di Ibrahimovic, finalizzata in modo differente (e con una prodezza personale in entrambi i casi). Per non dire che guardando le carriere degli allenatori, si scopre che Mancini ha vinto 2 Coppe nazionali con squadre di seconda fascia. Il doppio di quello che ha vinto Spalletti con una squadra di primo livello.
Questa storia sembra un romanzo, ma non lo è. C'è una vittima che gioca a pallone, c'è una squadra che lo vorrebbe comprare, ci sono mediatori, gli sponsor, fiumi di denaro. Questa storia sembra un romanzo, ma non lo è. Peggio: è la solita vaccata dell'informazione sportiva targata Mediaset.
Ci sono articoli che sembrano scritti dalla mano di Dio, altri dalla mano di Satana, altri ancora "costruiscono un mondo loro", un po' come quei romanzi che vivono di vita propria, grazie all'abilità dell'autore. E ci sono anche articoli scritti dalla mano di Bacco. Questo articolo sull'intrigo Ronaldinho dice molte cose, ma tra le righe rivela che a Cologno Monzese circola parecchio alcool sottobanco. L'Autore, a mo' di premessa, stabilisce che il prezzo di Ronaldinho non è più un problema, dato che il brasiliano può liberarsi con la nota clausola Fifa: 20 milioni. Quattro calendari e anche il Maringà può riportarlo a casa. Ma siccome il Maringà ha copiato lo stemma della Juventus, è evidente - ricorda l'Autore - che non è questione di prezzo. A rigor di logica costerebbe 100 milioni, guardando le clausole Fifa ne costerebbe 20, chi lo potrebbe davvero comprare spendendone 30? Il Milan, ovviamente.
E qui veniamo all'intreccio. Pur sapendo della clausola Fifa il Chelsea ha un presidente ubriacone disposto a spendere 110 milioni di euro, circa 1879 volte il valore del parco giocatori del Marangà, per acquistare un calciatore che ne vale 30. Il problema maggiore però viene dagli sponsor dei blues (Adidas e Samsung), rivali degli sponsor personali dell'asso brasiliano (Nike e Sony Ericsson). E per dirla con l'Autore: " Difficile pensare che Nike accetterebbe di vedere il suo numero uno al mondo indossare la maglia di Adidas. Particolari che spalancano le porte milaniste".
Lascia il vino...
 Il quotidiano sportivo portoghese Record definisce "uno scontro tra Davide e Golia" il processo che mette a confronto la Juventus e la modesta società dello Adap Galo Maringá, nata nel 1999 e impegnata nella terza divisione brasiliana. "Una causa intentata - si legge su Gazzetta.it - perché il formato ovale dell'emblema del Maringà e la disposizione verticale delle righe nere hanno una palese ispirazione torinese". Afferma il legale bianconero: "Con il sostegno del nostro ufficio a San Paolo intendiamo sporgere causa contro il Maringá e mettere in azione i meccanismi legali in modo che la Juventus venga risarcita". Come dire: l' Operazione Smile continua...
Credo che se si tornasse a casa con uno 0-0 striminzito, o con un 2-2 spettacolare, ci sarebbe da far festa: oggi la Roma è superiore all'Inter, ha pareggiato le utlime due partite (contro Juve e Fiorentina, non contro il Livorno) perché non ha saputo gestire il vantaggio, ma dal punto di vista della freschezza atletica e della linearità della manovra, oggi - ripeto, oggi - non c'è gara. E poi ci sono i precedenti, le sconfitte rimediate dalla Roma il giorno in cui si voleva festeggiare lo scudetto, nella doppia finale di Coppa Italia e infine nella Supercoppa (dominata dai giallorossi, anche se il rigore provocato da Burdisso sembra la fotocopia di quello regalato a Vieri da Matteo Ferrari).
Con un pareggio, l'Inter manterrebbe una buona linea di navigazione, in attesa del PSV e del Napoli, per poi lanciare l'auspicata accelerazione dopo la pausa della nazionale. Una sconfitta complicherebbe tutto, dunque non è il caso di sbilanciarsi in attacco, ma solo una vittoria avrebbe effetti davvero rilevanti. Perché la Roma è un pericolo non solo per la qualità del gioco, ma per l'entusiasmo. Instillare nei giallorossi il dubbio che anche quest'anno siano inferiori, avrebbe un valore inestimabile, molto, molto maggiore dei tre punti in palio.
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È la seconda trasferta in cui subiamo gol irregolari. Eppure va sempre tutto bene, si è deciso che per convenzione va tutto bene... Mi spiace per questa ripetitività degli errori arbitrali a nostro sfavore, siamo molto insoddisfatti delle direzioni di questa stagione. Nel primo gol del Palermo ci sono stati due errori: il braccio di Amauri e il fuorigioco di Diana. (geom. Adriano Galliani)
Sì, brucia parecchio questa sconfitta, primo perché non era meritata, secondo perché siamo stati molto penalizzati da quello che mi dicono. Si accetta molto di più una sconfitta meritata. Amauri? Un giocatore che salta così è molto probabile che prenda la palla con la mano. È stato un grave errore da parte dell’arbitro, come sbagliare un gol a porta vuota. Le due ultime trasferte sono state parecchio condizionate dagli errori: anche a Siena sul gol preso c’era un fuorigioco netto. (Carlo Ancelotti)
Mentre ci aspettiamo che sul sito del Milan rifacciano come l'anno scorso la lista "piangina" degli errori arbitrali o che tornino a parlare di "complotto" (ricordate?), nel frattempo... sull'altra sponda del Naviglio si verifica quello che i media NON dicono: l'Inter ha totalizzato dopo 5 partite gli stessi punti che dopo 5 partite aveva totalizzato la squadra schiacciasassi dello scorso anno; ma ha subito 4 reti in meno. Ieri sera, contro una Samp ridotta a un solo tiro in porta in 92' di gioco, mancavano soltanto Matrix, Vieira, Stankovic, Maicon e Chivu. I conti si fanno alla fine.
P.S. Prima della "fine", secondo MilanLab che lo ha miracolosamente recuperato, Rolando dovrebbe tornare in campo.
Julio Cesar s.v.: non ci sono prove che fosse davvero in campo, non si è mai visto: fantasma; Zanetti 7.5: inossidabile, macina kilometri portando a spasso un pallone letteralmente incollato ai piedi e trascinandosi dietro avversari, zolle e applausi: commovente; Cordoba 7: puntuale e efficace, non sbaglia nulla in copertura e addirittura indovina i passaggi lunghi ai compagni: posseduto; Samuel 7.5: come Cordoba ma morde anche: mastino; Maxwell 6: prestazione opaca, è apparso in difficolta in diverse occasioni confermando la maggiore predisposizione ad offendere (al novantesimo quasi segnava) che a difendere: brasiliano dentro.
Figo 8.5: passi per la prima rete di Ibra che il portoghese ha propiziato avviando l'azione finalizzata dallo svedese; passi per una prova sontuosa coronata da un goal personale festeggiato in modo virile sotto la Nord; ma diventa sovrumano quando, su un calcio d'angolo dei doriani al minuto 82', salva sulla linea l'unico loro tiro in porta in tutta la partita: santo subito; Dacourt 7.5: è indispensabile in mezzo al campo, intercetta una quantità innumerevole di palloni e di caviglie avversarie; randella all'inverosimile in modo puntuale e feroce; tecnicamente è "il Gattuso dell'Inter" ma si esprime meglio di lui in italiano e forse mangia anche con le posate: evoluzione della specie; Cambiasso 5.5: è ancora la brutta copia di se stesso; opaco come Maxwell ma con un'aggravante antropologica: è argentino (e il Milan non lo vorrà mai); Cesar 7: non fa nulla di straordinario ma fa bene tutto; corre dal primo all'ultimo minuto e, partita dopo partita, conferma ciò che molti di noi hanno cominciato a sospettare: è il miglior "acquisto" nerazzurro di quest'estate.
Crespo 6.5: esce tra gli applausi dopo una partita vissuta in modo un po' anonimo tra le pieghe del gioco, all'ombra di un gigante; Ibra 9: gigante; Adriano s.v.: gioca una manciata di minuti ma conferma di essere un calciatore e un atleta sostanzialmente ritrovato; è potente, tonico fisicamente, motivato, tatticamente (quasi) disciplinato: InterLab; Pelé s.v.: ma un soprannome diverso, no? Suazo s.v.: veloce anche sul bagnato ma gioca pochi minuti e non è giudicabile.
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