Moggi e la giustizia. Una storia lunga più di 20 anni, oseremmo dire "travagliata". Dalle squillo del Torino dell'era Borsano alla frode fiscale, dal processo doping ai liquami di calciopoli, passando per il processo Gea e l'umiliazione del Tar...
Riva. Non Gigi (quello deputato a stanga' Zeman) ma Adriana. Una avvenente prostituta d'alto bordo chiamata a soddisfare i desideri di arbitri internazionali prima e/o dopo le partite disputate dal Torino in Coppa Uefa, stagione 91/92. Le partite bollenti sono quelle contro il Reykjiavik, il Boavista e l'Aek Atene. I pm di Torino alle prese con le invenzioni e le contraddizioni di Moggi, nonostante l'accusa di illecito sportivo fosse più che fondata non riuscirono a portare Lucianone alla sbarra a causa di un vuoto normativo. La normativa italiana, infatti, riguardava solo le gare organizzate dal Coni, ma non dall'Uefa. Lucky, Luciano.
Frode fiscale. Il Torino dell'era Borsano era una sorta di habitat naturale per le irregolarità moggiane. Come dimostrano alcune pratiche marcantili poste in essere dal "paletta" con la Lodigiani. Acquisto di giovani promesse in cambio di cifre onerose e cessione gratuita alla stessa squadra d'origine in caso di mancato rispetto delle promesse. Il giochetto contabile-finanziario è ben presto scoperto. Moggi pagava somme elevate per abbassare il reddito imponibile, salvo poi ricevere le stesse somme in nero da parte della Lodigiani. Rinviato a giudizio, patteggia tre mesi di reclusione e lire 3 milioni di multa. La reclusione viene poi sostituita con altri 2 milioni e 250 mila lire di multa. Sentenza per frode fiscale definitiva e inappellabile. Tribunale di Torino, 27 gennaio 1996. [per un approfondimento, Lucky Luciano]
Doping farmaceutico. Le prime vittorie bianconere dell'era Moggi-Giraudo-Bettega sono targate (soprattutto) Agricola. I fatto sono noti, la sfilata dei calciatori davanti a Casalbore anche. Il giudizio di primo grado riconosce la violazione della legge sulla frode sportiva. Il secondo grado ribalta un'interpretazione giurispudenziale consolidata. Ribadita dalla stessa Cassazione, che ha considerato la legge italiana allora in vigore applicabile al caso specifico. L'intervento della prescrizione non ha permesso la condanna in via definitiva. Ma il prinicipio rimane. Vittorie dopate certificate.
Ho fatto un sogno. Quello di Moggi prima di uno Juve-Inter dell'ottobre 2005. "Finirà 2-0", disse, raccontando le visioni nella sua fase ReM (Ricatti&Minacce). Arbitrava Paparesta, da poco reintegrato dopo lo scandalo. Le intimidazioni, le schede sim non intercettabili, i Brindelloni, gli Orsomando, i Tosatti, i Melli, gli Sposini, gli Scardina, i Venerato, i Bergamo, i Pairetto, i Donda, i De Santis... emergono alla luce. L'odore putrido dei liquami fognari ancora vaga nell'aere. Diversi gradi della giustizia sportiva lo condannano a 5 anni di inibizione con proposta di radiazione. A proposito, cos'altro bisogna fare per meritarsi una radiazione?
Il processo Gea. In concomitanza con l'esplosione di Calciopoli, viene alla luce il lavoro d'inchiesta dei pm Palamara e Palaia sull'abuso di posizione dominante della Gea nell'ambito delle procure sportive. Di seguito l'aggiornamento sulle dichiarazioni emerse dai testimoni dell'accusa. Orlandini, Zeman, Amoruso, Grabbi e Trezeguet. Baldini è stato minacciato da don Luciano mentre era chiamato a deporre. Per Capello e Giraudo, invece, c'è l'intenzione dei pm di rinviarli a giudizio perché testimoni reticenti. E domani sarà il turno di Lippi.
Il Tar. Dalla sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio in merito al ricorso presentato da Moggi contro la sentenza della giustizia sportiva: “Per illecito sportivo si è inteso qualificare e severamente sanzionare non solo l'avvenuta alterazione, con mezzi fraudolenti, del risultato di una partita, ma a monte e innanzitutto, la creazione di una struttura sapientemente articolata e fondata su interessati rapporti con i centri decisionali della federazione e della classe arbitrale... di ingenerare a suo favore una situazione di sudditanza psicologica da parte sia degli arbitri, condizionandone l'operato a mezzo dello strumento delle designazioni affidate a persone facenti parte della struttura sopra citata, che delle altre società, boicottandole non solo sul piano strettamente competitivo ma anche su quello del mercato e delle acquisizioni”. Il tutto assicurando alla Juventus “la consapevolezza che in caso di bisogno non mancheranno tempestivi interventi idonei a fronteggiare eventuali situazioni di pericolo”. E per concludere: "le sanzioni in questione per la loro natura assumono rilevanza anche al di fuori dell'ordinamento sportivo ove solo si considerino non soltanto i riflessi sul piano economico (il ricorrente potrebbe essere chiamato a rispondere, a titolo risarcitorio, sia alla Juventus, società quotata in Borsa, che ai singoli azionisti), ma anche e soprattutto il giudizio di disvalore che da detta sanzione discende sulla personalità del soggetto in questione in tutti i rapporti sociali”.
Dopo questa breve cronistoria, volta a riassumere il cursus iustitiae di Luciano Moggi, una considerazione sorge spontanea (cit.). In un paese poco più che civile don Luciano non avrebbe avuto modo di sproloquiare e diffondere una verità, la sua, contraria a qualsiasi dato di fatto. Da "mi hanno uggiso lanima" a "Tronchetti, Telecom e Guidorossi". Ma forse in un paese civile l'identikit di Moggi non avrebbe avuto motivo di sorgere e di proliferare. All'umiliazione ricevuta dal Tar è stato dedicato pochissimo spazio dai media, anche perché il mondo dell'informazione sportiva è infestato dalle sue "vedove". Gente in grado di farsi comprare per qualche regalia sotto il periodo delle feste. Non gli rimane che "Petrus", il giornale on-line del Vaticano che lo ha ingaggiato per fare luce nel mondo del calcio... siamo al paradosso. Ma, forse, l'umiliazione peggiore gliel'ha riservata la politica. Moggi non ha i requisiti per entrare a far parte di un mondo che ha dimostrato, spesso, di aver bisogno di gente come lui. Gli hanno preferito Cuffaro. Io farei ricorso al Tar.












