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scritto da hae mercoledì, 30 aprile 2008 alle 10:43
in discussioni, letture | commenti (120)

Milano, 10 gennaio 1909. Il Milan inizia la stagione in cui festeggerà i suoi primi 10 anni di vita, l'Inter è all'esordio ufficiale. È la squadra degli svizzeri, nata il 9 marzo dell'anno prima nella famosa riunione al Ristorante dell'Orologio. È stata chiamata Internazionale proprio perché i fondatori hanno una vocazione cosmopolita. Leggendo i nomi dei giocatori in campo è tutto chiaro: Marktl, Käppler, Niedermann, Schuler contro Colombo, Radice, Sala, Mariani. Non c'è ancora l'associazione arbitri: le partite sono dirette da dirigenti o allenatori “neutrali”. E infatti dirige Mr. Henry W. Goodley, della Juventus.

   A parte la facile ironia sull'arbitro juventino, le righe riportate qui sopra attirano l'attenzione - nell'approssimarsi del derby di domenica - sulla prima sfida ufficiale tra i due club milanesi nella storia del calcio italiano. Era il 10 gennaio 1909 e andò in scena la primissima stracittadina: l'inizio di una rivalità secolare. Dopo un match avvincente i rossoneri si imposero per 3-2 sui neonati rivali nerazzurri. Di fatto si rivelerà decisiva la rete di Pietro Lana, uno dei dissidenti milanisti pronto a fondare l'Inter l'anno prima salvo poi tornare sui propri passi. Cento anni sono passati dalla fondazione dell'Internazionale Milano Football Club. «Nato da una deplorevole scissura che non pochi malintesi hanno creato in seno al Milan Club, è composto in maggioranza di attivi footballey e di parecchi appassionati», come scriveva la Gazzetta in quei giorni. La ricorrenza è stata salutata da molte iniziative editoriali. La più recente, che qui ci piace segnalare, è Inter cento per cento - 262 pp., 15 €: acquistabile QUI - di Gabriele Porri, giovane storico del calcio e community leader di OléOlé nonché tifoso nerazzurro.
scritto da taribo59 venerdì, 22 febbraio 2008 alle 11:40
in discussioni, letture, attualità | commenti (41)

Dal Web al libro. Fin dall'esordio di questo blog, sulla colonna di sinistra c'è stato il link a "Nonstimonedved". Ho conosciuto gli artefici di quel progetto, mi hanno coinvolto nella realizzazione di un libro. Ora il libro esce per l'editore Malatempora e mi fa piacere segnalarlo.

   È un libro politicamente scorretto. Che prende di mira campioni celebrati e comprimari quasi dimenticati. Che trova in Pavel Nedved un efficacissimo simbolo dei comportamenti antisportivi di cui è pieno il gioco del calcio, rintracciando una quantità di situazioni nelle quali l’antisportività si è rivelata “vincente”. Gli autori sono volutamente irrispettosi, dalla loro memoria riemergono episodi che noi tifosi preferiremmo dimenticare (almeno quelli che riguardano i “nostri”). La perfidia della coppia sta già nella foto di copertina, che ritrae l’inconsolabile disperazione di Nedved in seguito a uno dei suoi pochi gesti generosi: quando per fermare un avversario si immolò a centrocampo, commise fallo, venne ammonito e automaticamente squalificato per la finale di Champions League (quella di Manchester, vinta dal Milan ai rigori).

   In una serie di brevi capitoli, linguisticamente assai vari, 38 personaggi amorali e immorali vengono inchiodati al muro dell’antisportività. Risulta particolarmente riuscita la demolizione di due icone mondiali: Cannavaro e Materazzi. Questi 38 ritratti si possono catalogare in vari “gironi” infernali. Quello dei commedianti (i "simulatori") comprende Adriano, il massaggiatore Carmando (che convinse Alemao a fingersi moribondo per una monetina lanciata dai tifosi dell’Atalanta), Cristiano Ronaldo, Alberto Gilardino, Andrés Guglielminpietro, Filippo e Simone Inzaghi, Luis Oliveira, Rafa Guerrero (guardalinee spagnolo), Milan Rapajc, Arjen Robben, Roberto Rojas (portiere del Cile che finse di essere stato ferito da un petardo) e Ruud Van Nistelrooy. Manca Nelson Dida con la sua sceneggiata di Glasgow, e Camoranesi. E nella ristampa si potrà porre rimedio a queste omissioni. Del girone dei bad boys (i distruttori di gambe e setto nasale), fanno parte Fabien Barthez, Joey Barton, Pasquale Bruno, Fabio Cannavaro, Andoni Goikoitxea, Vinnie Jones, Jorge Costa, Paolo Montero, Sebastiano Rossi, Salvatore Soviero, Stig Tofting e Patrick Vieira. In quello degli attaccabrighe (i provocatori) rientrano Fabio Bilica, Eric Cantona, Paolo Di Canio, El Hadji Diouf, Zlatan Ibrahimovic, Marco Materazzi, Sinisa Mihajlovic, David Navarro (che sferrò un pugno a Burdisso alla fine della partita di Valencia), Christian Poulsen, Antonio Carlos Zago, Zinedine Zidane. Ci sarebbe anche il girone dei venduti, dove spicca Ramòn Quiroga, il portiere del Perù che si fece fare 6 gol dall’Argentina nei Mondiali 1978. Di Bruno, detto o’ Animale, gli autori scrivono che non avrebbe potuto giocare dopo le modifiche al regolamento avvenute nei primi anni Novanta: “La nuova normativa prevede la morte del passaggio all’indietro. Per lui è come perdere un parente”. Per Filippo Inzaghi, “procurarsi un rigore equivale a un ricamo… Pippo è furbo. Fateci caso quando viene colto in fuorigioco non protesta quasi mai. Si limita a guardare il segnalinee e a fissarlo per un po’. Solo per mettergli un tantino di pressione addosso e dirgli: non segnalarmelo anche alla prossima”. L’inglese Vinnie Jones, invece, “rappresenta l’altra faccia della storia, quella nera come il fango che ti si appiccica addosso dopo un’entrata in tackle, quella più cupa, quella scritta dai tacchetti che affondano nelle caviglie dell’avversario, dalle risse, dalle provocazioni e dalle manate galeotte, lontano dagli occhi dell’arbitro”.

   C’è solo un capitolo che non condivido, quello in cui Giovanni e Daniele prendono di mira il mio amatissimo Taribo West. Su un punto, però, hanno ragione: in quell’indimenticabile scippo dell’aprile 1998, mentre tutti i nerazzurri si fermavano a protestare con Ceccarini per il rigore negato a Ronaldo, uno solo restava concentrato sul pallone. Lui, Taribo: che andò dritto contro l'attaccante juventino e lo mandò gambe all’aria pur di impedirgli di segnare, regalando a noi interisti il mesto orgoglio del rigore parato da Pagliuca. Quanto a Nedved, vengono riportati molte voci, fra le quali spicca la perfetta sintesi di Paolo Ziliani: “È un simulatore nato, un provocatore impunito e un isterico attaccabrighe”. Aggiungo le ultime righe del mio piccolo contributo a questo libro, un acrobatico ragionamento che parte da certi film di Woody Allen per dimostrare che, purtroppo, il delitto paga: “Nedved troverà sempre qualcuno che lo giustifica. Abbiamo imparato a conoscerla, la banalità del male, e chiunque sa che gli occhi dell’arbitro non vedono tutto”.
scritto da taribo59 martedì, 12 febbraio 2008 alle 18:29
in discussioni, letture, moggiopoli, belle epo-que | commenti (169)

A partire dal gennaio 2000 ho pubblicato sei libri per denunciare e documentare il fatto che il calcio professionistico è una fogna a base di doping, partite combinate, miliardi in nero, ricatti e imbrogli. Lo era negli anni Settanta, quando io stesso facevo il pallonaro in serie A; e ha continuato a essere una fogna, a maggior ragione con l’arrivo dei miliardi delle televisioni, nei decenni successivi.

   I sei libri di Carlo Petrini, tutti pubblicati da Kaos Edizioni, hanno per titolo: Nel fango del dio pallone, Il calciatore suicidato, I pallonari, Senza maglia e senza bandiera, Scudetti dopati e Le corna del Diavolo. Anche questa settima pubblicazione ha il tono dell’invettiva, pur limitandosi a una somma di episodi, e l’autore non può aggiungervi nulla di autobiografico (il valore aggiunto delle sue opere migliori).

   Calcio nei coglioni è un attacco diretto al mondo del calcio italiano, di cui certifica l’irriformabilità. Dopo lo scandalo esploso nel maggio 2006 troppa gente è rimasta al proprio posto, Carraro rappresenta ancora il calcio italiano nel mondo. Pochi sono stati colpiti, i soliti noti sono pronti a rientrare nel gioco. Di "Calciopoli" Petrini pensa sia emersa solo una parte: la “banda Moggi” sapeva di essere sottoposta a intercettazioni, facile immaginare che le illegalità più gravi siano state nascoste all'orecchio indiscreto delle Procure. Petrini definisce "coglioni" quei tifosi che gridano al tradimento quando uno dei loro idoli cambia maglia, “perché non hanno ancora capito che nel mondo pallonaro anche i sentimenti – odio e amore, non fa differenza – sono a pagamento. E i proventi finiscono nei paradisi fiscali”. Quella di Petrini è una vicenda umana drammatica: da una carriera sportiva sperperata per la passione del gioco e delle donne; all’esperienza del doping; dal coinvolgimento nel primo calcio-scommesse fino al tracollo fisico ed esistenziale; Petrini ha perso un figlio di 19 anni per cancro, e sta lottando con un tumore maligno al cervello.

   Con anni di anticipo ha raccontato il marcio che gravita intorno al pallone senza ricevere una sola querela, trovando un quasi totale ostracismo nei mezzi di comunicazione. Mi limito a riprendere qualche spunto da un libro che tutti i frequentatori di questo blog dovrebbero leggere.
  • Fine giugno 2002. Scoppia lo scandalo "Viva Lain", dal nome di un centro massaggi di Torino frequentato da calciatori di Juventus e Toro. Nessun giornale pubblica la notizia secondo cui era assiduamente frequentato anche dal designatore degli arbitri Pier Luigi Pairetto. La cui vicinanza al club juventino, oltre che dalle intercettazioni, sarà resa evidente anche da un altro fatto: “La Fiat Auto metteva a disposizione della Juventus moggiana decine di automobili nuove con sconti da 50% in giù, e il designatore Pairetto ne approfittava a piene mani, per sé e per un tot di amici”.
  • Febbraio 2005. Ermanno Pieroni, ex presidente dell’Ancona, rilascia un’intervista a Corrado Zunino (Repubblica) nella quale spiega buona parte del "sistema Moggi". Dal condizionamento di otto squadre di Serie A al ruolo della Gea. Tutto. Attraverso il giornalista Rai Ignazio Scardina, Moggi si preoccupa di riallacciare i rapporti con Pieroni, fino a trovargli un nuovo lavoro: direttore sportivo dell’Arezzo (che sarà allenato da Antonio Conte, ex capitano bianconero).
  • 27 aprile 2005. Su Raidue va in onda il filmato in cui Cannavaro si fa una flebo prima della partita (il fatto risale all’11 maggio 1999, quando lo stopper giocava nel Parma). Il farmaco che il venticinquenne Cannavaro si iniettava è il Neoton, solitamente somministrato a chi subisce interventi di chirurgia cardiaca. A sportivi sani, come i calciatori della Juventus fra il 1994 e il 1998, il Neoton veniva iniettato prima delle partite per resistere meglio alla stanchezza. Non era un presidio curativo dunque, ma una scelta finalizzata ad “alterare la prestazione agonistica dell’atleta, incrementando le naturali capacità di resistenza e di sopportazione della fatica” (dalla sentenza del giudice Casalbore).
  • Il Processo di Biscardi aveva un regista occulto: Moggi. Era lui a stabilire chi andava ospite e chi doveva essere escluso, a concordare col conduttore gli argomenti del dibattito, a dare i voti agli arbitri tramite moviolisti di fiducia. Petrini evidenzia gli stretti rapporti di Moggi con Lamberto Sposini e Italo Cucci. E i regali natalizi (verificati dai carabinieri) che il boss non lesinava.
  • Leonardo Meani è “il manovale del Diavolo”, incaricato da Galliani di fare il lavoro sporco nei rapporti dei rossoneri con arbitri e guardalinee. A Rodomonti promette il trapianto di capelli in Svizzera. Fa da tramite per far pervenire a Gianni Letta, tramite Galliani, un dossier che riguarda il lavoro di Paparesta. Proprietario di un ristorante a Lodi, Meani è consigliere comunale a Monza per Forza Italia.
  • Nel marzo 2007 la Cassazione ha confermato in via definitiva che la Juventus degli anni 1994-98 ha commesso il reato di frode sportiva, imbottendo i calciatori di medicinali (compresi antidepressivi e cardiotonici) per alterarne le prestazioni. Petrini cita Dick Pound, presidente Wada (agenzia mondiale antidoping): “La Juve tutta dovrebbe essere punita. Quello che facevano non era a caso, il doping era deliberato e programmato… la Juventus ha frodato, e ha guadagnato su quella frode: in fama, soldi e pubblicità”.
  • Il capitolo più inquietante è dedicato a Pierluigi Collina. Nel 2003 l’arbitro ha pubblicato un libro per Mondadori pubblicizzato sulle televisioni del presidente del Milan; certe telefonate con Meani rivelano una familiarità impressionante; in una di queste telefonate, il 18 aprile 2005 Collina chiede a Meani di organizzare un incontro riservato con Galliani. Incontro che si svolgerà nel ristorante di Meani, il giorno di chiusura; nell’estate 2005 Collina firma un contratto favoloso con la Opel, all’epoca sponsor del Milan, e per le polemiche che ne seguono decide di smettere di arbitrare; nel luglio 2007 viene archiviato il deferimento di Collina per il suo coinvolgimento con Meani e pochi giorni dopo viene nominato designatore arbitrale. Con un compenso di 500 mila euro a stagione.
  • È divertente (e un po' penosa) la ricostruzione del rapporto, all’interno della redazione de Il Giornale, fra Tony Damascelli (juventino e amico di Moggi) e Franco Ordine (fervente rossonero). Damascelli fa la spia sugli articoli anti-Juve che Ordine sta scrivendo. Moggi ne parla con Giraudo, che chiama Ordine. Che servilmente fa retromarcia.
scritto da taribo59 venerdì, 19 ottobre 2007 alle 12:00
in discussioni, letture | commenti (55)
   Pare che Adriano giocherà titolare a Reggio Calabria. Se è per far riposare Ibra in vista della Champions, posso capire. Ma a uno come Cruz, oggi, non rinuncerei per nessun motivo al mondo. Anzi, il bisogno di dover alzare il minutaggio di Adriano mi sembra uno dei maggiori pericoli che può correre una squadra piena di incerottati e che ritrova metà della rosa a 48 ore dalla trasferta reggina. Sperando nel buon augurio, ecco una mini recensione del libro su Adriano pubblicato tre anni fa. Tre secoli fa.

   "La prima spallata non la sente nemmeno. La seconda carica, quella che gli arriva sulle gambe, è più forte, più maligna. Per un attimo sembra perdere l’equilibrio. Dà appena l’impressione di venir giù in area, ma non è vero. Riesce a restare in piedi, a proseguire la corsa con il pallone, non ci pensa nemmeno a buttarsi a terra, l’orgoglio del campione si misura nella frazione di secondo. Solo i brocchi, solo i furbi, si buttano in area se possono restare in piedi”. Comincia così, con un tono volutamente epico, questo ritratto di Adriano Leite Ribeiro, centravanti potente e sorridente, ingenuo e istintivo, venuto a Milano da Vila Cruzeiro, una delle 600 favelas di Rio de Janeiro. Comincia così l’azione di uno dei suoi gol, segnato poche ore dall’improvvisa morte di papà Almir. Continua a leggere...

scritto da taribo59 mercoledì, 17 ottobre 2007 alle 12:13
in letture | commenti (19)
    Meglio Di Stefano, Pelé o Maradona? Meglio Cruyff, è la mia risposta: nei periodici sondaggi sul “più grande calciatore di tutti i tempi”, il mio voto va all’olandese con la maglia numero 14.

    Dev’essere una questione generazionale, Alfredo Di Stefano non l’ho mai visto, di Pelè ho ricordi vaghi, e Maradona l’ho potuto osservare a un’età in cui il calcio aveva già smarrito ogni connotato favolistico. Johan Cruyff, invece, correva per il campo quando lo facevo anch’io, era una macchia arancione (o biancorossa), capace di gesti tecnici straordinari, a una velocità mai vista prima; l’ammirazione era tale che quando l’Ajax umiliò la mia Inter, nella finale di Coppa dei Campioni del 1971, e lui fece impazzire Oriali, segnando due gol, pensai che non c’era niente da fare, era il migliore di tutti.

    Perciò ho comprato e letto voracemente il libro di Cruyff pubblicato da Sonzogno (i diritti d’autore finanziano la Cruyff Welfare Foundation, a favore di bambini disabili). È un libro strano, frutto di una lunga intervista, raccolta da uno spagnolo, Sergi Pàmies (alla moglie che gli chiedeva notizie, diceva: «Come andare da Picasso a parlare di pittura»). Cruyff parla pochissimo di sé, non c’è quasi niente di autobiografico, non ci sono aneddoti per solleticare la nostalgia. In un certo senso, è un libro di filosofia. Cruyff parla dell’essenza del gioco, ne illumina il dover essere, tenta di spiegarne l’attuale crisi e ipotizza soluzioni, quando accenna alle sue esperienze, lo fa solo per dimostrare quanto sia stata dissipata la natura ludica del calcio. Parla di tattiche, diritti televisivi, moviola, arbitri, fuorigioco, spogliatoio, sponsor, squadre di club e nazionale... al solo scopo di dimostrare questo nucleo concettuale: «Il calcio consiste fondamentalmente in due cose. La prima: quando hai la palla, devi essere capace di passarla correttamente. La seconda: quando te la passano, devi saperla controllare». Il Mondo delle Idee di Platone, l’Imperativo Categorico di Kant.

    Cruyff sa descrivere perché il calcio è irriducibile agli schemi matematici deglii sport nordamericani. Il suo "senso" è, e dovrebbe essere un’altra cosa: «Il senso del calcio è che vinca il migliore in campo, indipendentemente dalla storia, dal prestigio e dal budget». Perciò, «bisogna recuperare lo spirito originale», il divertimento, l’abilità nel giocare la palla (se quasi nessuno, ormai, sa fare uno stop, o calciare un corner, è chiaro che aumenta l’importanza della tattica), togliendo il gioco dalle mani di chi lo sfrutta («dove ci sono molti soldi, di solito ci sono molti avvoltoi»). Da calciatore, l’olandese è stato un rivoluzionario. Da allenatore, soprattutto al Barcellona, ha vinto molto, lasciando un’impronta quasi altrettanto profonda. Fra tanti, due suoi gesti mi sono rimasti impressi. Il primo è un gol acrobatico, una spaccata in volo a due metri dall’erba, che lasciò impietriti i suoi stessi compagni di squadra. Il secondo è l’azione del rigore nella finale dei Mondiali del 1974, contro la Germania, il rigore più rapido della storia dei Mondiali; ma la vera rapidità fu del numero 14, che si fece passare il pallone appena dopo il calcio d’inizio, e puntò direttamente verso la porta avversaria, quella dei tedeschi, padroni di casa, così, subito, al primo minuto della finale.

    Nella postfazione all’edizione italiana, Cruyff esprime questo giudizio sul nostro calcio: «Il pallone è un fastidio, nessuno lo vuole perché nessuno vuole attaccare ... La paura e il calcio non sono mai stati amici ... Se la qualità tecnica diminuisce, tutto finisce per basarsi sul fisico. Di correre sono capaci tutti».

scritto da taribo59 martedì, 11 settembre 2007 alle 15:39
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   Non è la stessa cosa, leggerlo oggi, a un anno dalla morte. Ma questo non è un libro su Facchetti, piuttosto intorno a Facchetti. Lo si dichiara già nel sottotitolo, e poi: “non hai bisogno di agiografie, Giacinto. Se ha un senso quello che vado scrivendo più intorno che su di te…”. Infatti, Maietti vaga sui luoghi dell’infanzia, nella Bassa lombarda e a Treviglio, all’oratorio, per parlare con chi incrociò quel ragazzone quando era ancora sconosciuto.

   “Più Parsifal che Lancillotto”, Facchetti era un difensore “di quasi masochistica correttezza, attaccante aggiunto che combinava la potenza squassante di Riva con l’apollinea falcata di Beckenbauer”; interista dichiarato, Maietti racconta i suoi primi entusiasmi sugli spalti di San Siro, con l’amatissimo papà (“Ha fatto la terza elementare, ma mi ha insegnato più lui di qualsiasi libro”) o davanti al televisore con i compagni del liceo, di diversa fede calcistica. Ricorda come conobbe il nerazzurro, nei primi anni Cinquanta, vedendo la squadra di Kamikaze Ghezzi, di Veleno Lorenzi, dell’apolide Nyers e di Lennart Skoglund, detto il Nacka. Anche il titolo del libro rimanda ad altri tempi, quelli in cui Giacinto era un ragazzo e nella campagna intorno all’Adda passava il menalatte, l’uomo che trasportava i bidoni del latte raccolti nelle cascine con un carro trainato da un cavallo da tiro; Gianni Brera, vedendo Facchetti, “suo centravanti privato, costretto alle stanghe plebee del ruolo di terzino marcatore”, inventò la metafora del Ribot tra le stanghe del menalatte. Un purosangue umiliato a tirare il carretto del lattaio: esagerazione retorica, perché è vero che Facchetti “vedeva” la porta e segnò quasi 70 gol, ma non possedeva l’istinto egoistico, la cattiveria del centravanti. Però in un Arcimatto del ‘68, riportato da Maietti, Brera scrisse che lo stesso Angelo Moratti vacillava: “Moratti mi diceva: se non l’avesse scritto lei, Herrera ne farebbe un grandissimo centravanti. Non può ricevere idee da un giornalista”.

   Treviglio è la città natale di Ermanno Olmi. La godibilità del testo è racchiusa nelle storie di paese, le tradizioni, la fedeltà alla terra d’origine. Figlio di Elvira e Felice, Giacinto è l’ultimo di sette (cinque femmine e due maschi), suo padre era ferroviere (come il padre di Rivera); a 17 anni correva i 90 metri in 8 secondi e 9, quando il primatista era Ottolina con 8’8”. Quasi con riluttanza, Facchetti confida qualcosa di sé. Per esempio, l’enorme stima verso Herrera, di cui fu l’allievo prediletto (alla morte, il Mago gli fece avere i suoi diari): “È stato un grande. Come lui non ho conosciuto più nessuno”. A San Siro veniva esposto uno striscione favoloso: Sia la sorte azzurra o nera. Viva l’Inter, viva Herrera. È illuminante la descrizione di come Giacinto conobbe Giovanna, sua moglie, madre di quattro figli, in una balera. “Avevo vent’anni, ero già titolare dell’Inter. Suonava Fausto Papetti. Abbiamo ballato. Ci siamo dati appuntamento a Milano, dove Giovanna lavorava. Io ci sono andato all’appuntamento. Lei non è venuta. Ha preso il pullman pendolare come tutte le sere. Non credeva che io avessi intenzioni serie: un giocatore di calcio, già famoso. Chissà quante donne. C’è voluto un po’ di tempo per conoscerci. Cinque anni di fidanzamento”. I calciatori sposavano le operaie, non le veline.

   La prosa di Maietti è vistosamente breriana, ludica, musicata da frequenti incursioni poetiche e dialettali. Quando il padre Felice sentì complimentare Giacinto, ecco il suo commento: “Per brao l’è brao, ma l’è trop bù. Sa pöl mìa zöga issé, safurmento. El pica mia!”.

 

 

scritto da taribo59 martedì, 31 luglio 2007 alle 15:18
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libromarroneMi ha fatto piacere collaborare con un’introduzione (Repertorio di Caporetto) a questo catalogo di nefandezze calcistiche, raccolte dagli autori con un notevole senso dell’orrido, non disgiunto da una buona dose di ironia. È una lettura estiva, disincantata e divertente, forse non sufficientemente “cattiva”, che tuttavia non risparmia nemmeno le squadre per cui fanno il tifo gli autori (l’Inter per Simone, la Roma per Marsiglia).

    Si passa dai più illogici esoneri di allenatori alla frattura da playstation di un difensore della Nazionale, da certe “papere” leggendarie all’intervista mai fatta da un famoso giornalista (sbugiardato in diretta tv), dalle scuse patetiche di chi viene trovato positivo all’antidoping al rigore zappato in una finale Intercontinentale, dalla fuga notturna di Ronaldo verso Madrid al celeberrimo “mai alla Juve” del Capello romanista, dagli acquisti-bidoni alle vittorie sfumate sull’ultimo metro, da squallidi retroscena a sfondo sessuale fino allo striscione ostentato da Ambrosini nella festa rossonera dopo l’ultima Coppa.

    Si può discutere sull’accostamento fra figuracce tutto sommato innocue e situazioni dalla gravità imperdonabile: Calciopoli non sta sullo stesso piano delle gaffes di Sibilia e Massimino, l’incompetenza di certi presidenti non appartiene allo stesso ambito di partite finite con un risultato diverso da quello che garantito dal comportamento di (quasi) tutti i protagonisti. Il tifoso ha mille ragioni per dubitare della verità del calcio, la cui credibilità è ai minimi termini, ma riderci sopra, almeno, serve a rompere il muro della retorica e dell’idolatria, che troppi acritici propagandistici innalzano e difendono. Riderci sopra è possibile, ma quei festeggiamenti per una Coppa vinta nella cornice dello stadio Heysel continuano a dare i brividi.
Sotto i nostri occhi si dipana un teatro dell’assurdo, uno spettacolo spesso grottesco, moralmente misero.

   La passione per il calcio non può occultare il fatto che come ogni fenomeno abnorme tenda irresistibilmente al ridicolo. Farlo notare è terapeutico, almeno per chi lo prende troppo sul serio: “il libro marrone” è per tifosi permeabili al dubbio.

â–ª Il Libro Marrone del Calcio Italiano
scritto da taribo59 lunedì, 25 giugno 2007 alle 09:33
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Romanzo autobiografico e spudorato. Per apprezzarlo, occorrono due condizioni: una certa tolleranza del turpiloquio, e aver visto giocare l’autore, Ezio Vendrame.
Calciatore di serie A negli anni Settanta (soprattutto Vicenza, ma anche Udinese, Spal e Napoli), Vendrame è stato un cavallo pazzo, un tipo alla Zigoni, alla Meroni, alla Best, capace di gol straordinari, di dribbling e assist che strappavano applausi. Non vinse scudetti e non arrivò alla Nazionale per evidenti motivi caratteriali. Semplicemente, non gli importava niente.
Nato a Casarsa, come Pasolini, uscito dalla miseria dell’orfanotrofio, «non è che non sapessi giocare al calcio, tutt’altro. Solo che ero assatanato: scopavo come un matto!». La sua è una storia divertente, quando descrive le situazioni calcistiche (allenamenti, partite, allenatori, calciomercato), con vertici boccacceschi nelle faccende private: «I lunedì erano giornate di riposo per i calciatori, ma non per me: i miei erano pieni fino all’orlo. La mia casa sembrava uno studio di ginecologia. La giornata di visite iniziava già alle 9 del mattino con la signora Giuliana; alle 11 sarebbe arrivata la signora Carla; alle 14 la mia amica Lella; alle 18 quella troia della Fernanda e infine, alle 22, toccava alla novità della settimana».
Vendrame non aggiunge molto alle denunce di Carlo Petrini (Nel fango del dio pallone), ne conferma il disincanto, travolgendo il lettore con la sua sincerità. A certi calciatori, non importa nulla della maglia che indossano, a volte deridono l’affetto dei tifosi; ma i personaggi davvero disprezzabili stanno dietro le quinte, a maneggiare ingaggi, cessioni, doping e scommesse. Nei brevi capitoli, si affacciano figure note e meno note di quell’epoca: Zoff, Rivera, Sormani, Vinicio, Faloppa, Juliano, Damiani, Ferlaino, Di Bartolomei, i ciclisti Zandegù e Massignan, fino a Piero Ciampi, poeta e cantautore livornese a cui Vendrame fu legato da profonda amicizia.
È un libro destinato a dividere. Per giustificare la mia simpatia, basta questo frammento sulla Juventus: «I deboli su questa terra non sono rappresentati. Per questo ho sempre detestato la Juventus. Allora Boniperti, oggi Bettega, l’immagine dell’arroganza truccata da perbenismo. Per me vincere era un incidente di percorso, per loro una condanna. Basta indossare una maglia a strisce bianconere per non riuscire a capire la struggente bellezza della sconfitta». Non c’è traccia di rimpianto, nel racconto del «Kempes italiano» (la definizione è di Boniperti): «ne ho passate tante, e vissute di più. Ma nulla cambierei della mia vita». Allena ragazzi e insegna a intendere il calcio come un luogo privilegiato, in cui liberare la fantasia, aiutare i compagni, rispettare l’arbitro e gli avversari, senza perdere tempo con «pressing, squadra corta, fuorigioco e diagonali». I ragazzi capiscono subito, i genitori no. Per questo Vendrame sogna di allenare una squadra di orfani.

Ezio Vendrame
Se mi mandi in tribuna, godo
Biblioteca dell’Immagine, 2002

scritto da taribo59 giovedì, 07 giugno 2007 alle 17:59
in letture | commenti (4)

Tifoso del Real Madrid - accanitamente difeso dalle accuse di filo-franchismo -, Marìas è fra i più famosi narratori spagnoli contemporanei; questa raccolta di articoli per El Pais copre l’intero arco degli anni Novanta e la malattia del tifoso non viene certo occultata: “Non esiste sport che angosci di più, quando è angoscioso. Anzi, nel mio caso particolare confesserò che è tra le poche cose che mi fanno reagire allo stesso modo - esatto - in cui reagivo quando avevo dieci anni ed ero un selvaggio, il vero recupero settimanale dell’infanzia”.
Si può chiamarlo stile, oppure identità; per Marìas, il “carattere” di ogni squadra è il frutto di una lunga costruzione storica. Ogni squadra ha un carattere che si riverbera sui propri appassionati, che a loro volta finiscono per “imporlo e contagiarlo ai giocatori, anche a quelli appena arrivati e più estranei”. Chi guida queste squadre non può allontanarsi troppo dal loro carattere, pena il fallimento di ogni progetto.
Marìas ha l'età per aver visto all’opera lo squadrone invincibile dei Puskas e Di Stefano. Ne ha ricavato un’idea di calcio, che non muta nemmeno nelle fasi più negative, e che appare coerente con la filosofia spudorata degli attuali galacticos. Eppure, Marìas capisce la sconfitta, anzi ne sa cogliere lo spessore emotivo; in un articolo per il centenario dei grandi rivali del Barcellona, ha scritto un’apologia della sconfitta: “Contro l’idea elementare oggi dominante (la sola cosa che conta è vincere), oserò dire che la vittoria continua che si pretende nello sport risulta meno attraente e molto più piatta di una certa alternanza con la sconfitta. Questa, senza dubbio, presenta più pieghe e rugosità, più complessità e più conflitti… più elegante, più memorabile”.
Nel proporre paralleli cinematografici (l’Atletico come Sergio Leone, il Barcellona come Bergman e Antonioni), quello dedicato alla squadra del cuore è delizioso: il Real sarebbe come Hitchcock (“non si dimentichi che ha sempre avuto una preferenza per le eroine bionde: Di Stefano, Kopa, Netzer, Velazquez, Pardeza, Prosinecki e soprattutto Butragueno continuano a essere quanto si sia mai visto di più somigliante, in un campo di calcio, a Grace Kelly minacciata, ma che si difende a colpi di forbici”).
Ci sono, nel calcio, una tensione e un’ansia di fondo che non consentono pacificazioni con la vita, se non attraverso la chiave del ricordo e della nostalgia. Da questa osservazione della natura tifosa, Marìas estrae l’essenza del calcio: essere nel presente, essere vita, suscitare speranza verso il futuro.
Nei pronostici e nelle valutazioni, Marìas prende diverse cantonate (esclude categoricamente la vittoria della Francia nei Mondiali del ’98). Fra le pagine più accattivanti, quelle dei ricordi personali: quando giocava con i tappi di latta contro il fratello maggiore, a sua volta tifoso delle merengues madridiste, Marìas era costretto a impersonare il Barcellona. Nelle collezioni di figurine, il più introvabile era un certo Mendonca, centravanti mozambicano dell’Atletico Madrid: dovette scambiarlo con una foto della zia Tina (“bellissima allora e parecchio più giovane di mia madre, o delle altre madri”). La zia Tina pare non l’abbia mai saputo.

Javier Marìas
Selvaggi e sentimentali
Einaudi, 2000

scritto da taribo59 venerdì, 01 giugno 2007 alle 13:51
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Autunno scandinavo, periferia di Copenhagen: il narratore, Frands, non riesce a concentrarsi sulla traduzione di un libro sulla classe operaia, si è appena separato dalla moglie Katrin, e ha deciso di scrivere una confessione rivolta al figlio, che ha appena due anni. La scrittura è in prima persona, un flusso di coscienza in cui Frands fa riemergere vari ricordi, soprattutto calcistici, che ruotano intorno al grande amico Franke, morto in circostanze tragiche poche settimane prima.
Sono passati dieci anni dal momento fatale in cui Frands aveva effettuato il passaggio vincente per un magnifico gol di Franke, che in seguito era diventato un calciatore professionista, aveva giocato in nazionale ed era stato acquistato da un’importante squadra tedesca. Dopo quel gol, scaturito dalla più pura empatia, Franke e Frands si erano scoperti “uniti da un’intesa, da un amore addirittura, che di solito solo i corpi dopo un rapporto sessuale particolarmente riuscito riescono a sfiorare”.
Nati da famiglie proletarie (il padre di Franke era l’unico comunista del caseggiato), da ragazzi erano “l’uno il prolungamento naturale dell’altro”. Frands ripensa agli anni dell’adolescenza e alla scoperta del sesso: il suo mito era Rita, una ragazza disinibita su cui proiettava le fantasie erotiche. Una volta famoso, sarà Franke a sposare Rita... La struttura del romanzo è costruita come un diario scritto fra il 22 settembre al 21 ottobre 1977. Gli avvenimenti sono distribuiti su tre livelli temporali: il primo è quello dell’infanzia e dell’adolescenza; il secondo descrive la vita da studente, il rapporto con Katrin, la nascita del figlio; nel terzo si colloca l’azione quotidiana, le piccole cose che accadono al narratore in quei giorni. Il lettore viene subito a sapere che il protagonista (che si esprime sempre al presente storico) ha vissuto un’esperienza traumatica, ma non ne sono rivelati i particolari; la tragedia, a cui si allude più volte, è raccontata solo alla fine.
"L’angelo calciatore" è un romanzo straordinario, unico nel suo genere: la confessione di Frands è intrisa di riferimenti al dibattito politico post-Sessantotto, con l’irruzione del femminismo, del terrorismo, della critica alla cultura di massa. Il linguaggio calcistico è utilizzato con estrema finezza: “Esistono tre categorie di giocatori. Ci sono quelli che vedono i buchi che noti anche tu e qualsiasi altro deficiente in piedi sulla tribuna, e quando poi la palla cade come previsto, ti senti contento e rassicurato. Poi ci sono quelli che all’improvviso ti fanno notare un buco che forse, se fossi stato più sveglio, avresti visto anche tu: ti regalano delle sorprese che ti riempiono di entusiasmo. Ma poi ci sono quelli che il buco lo creano là dove non dovrebbe esserci, gli artefici delle rivelazioni”. Frands sa di non essere mai stato un campione, era poco ambizioso, forse troppo altruista. Poi ha notato che “le persone che non s’intendono di calcio si tradiscono” perché sopravvalutano i dettagli più vistosi, senza capire il significato del gioco senza palla: indovinare le iniziative di compagni e avversari “parecchie mosse prima”.

Hans-Jorgen Nielsen
L’angelo calciatore
Giunti, 1979