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scritto da hae martedì, 11 marzo 2008 alle 11:15
in discussioni, mitologia, coppe | commenti (118)

   Hanno scelto per noi i colori del cielo e della notte.
Sono passati 100 anni e li ringraziamo ancora per aver fondato l'Internazionale Football Club. Era la sera del 9 marzo 1908, erano poco più di 40: oggi siamo milioni. Si radunarono nel cuore di Milano presso il ristorante L'Orologio. Erano ribelli e avevano un sogno: dare la possibilità a tutti, italiani e stranieri, di giocare al calcio per la stessa bandiera nerazzurra! Sono passati 100 anni da quella sera, 100 anni di passione e bellezza, 100 anni di attese, di fantasie, 100 anni di sfide, di vittorie e di orgoglio: di tantissimo orgoglio! Questa è la notte della memoria e la notte del futuro, del filo che unisce i campioni di ieri, di oggi, di domani. È la notte che sognavano in quel lontano 9 marzo e che noi regaliamo ai nostri bambini. È la notte di tutti gli interisti, piccoli e grandi, vicini e lontani. Per 100 di questi giorni, per 100 di queste emozioni, per sempre solo Inter! Con i colori del cielo e della notte infinito amore, eterna squadra mia. - Gianfelice Facchetti, 9 marzo 2008

   L'11 marzo è arrivato. Stasera l'Inter, rimaneggiata dalle numerose assenze e in generale ritardo di condizione atletica, affronterà il fortissimo Liverpool di Gerrard, Mascherano e Torres. Al quale basterà segnare una rete per chiudere verosimilmente i giochi qualificazione. I Reds sono al completo: Benitez è fiducioso. I nerazzurri hanno poche, residue speranze dopo la sfortunata sfida dell'andata. Giocata in 10 uomini a Anfield per un'ora. Perduta con due reti negli ultimi 5 minuti dopo che l'infortunio di Cordoba ci ha portato via anche il secondo dei due difensori centrali.

   Ma «l'Inter è matta», lo ha ricordato Sandro Mazzola in occasione della festa per il Centenario. Nel bene e nel male è matta, può regalare grandi emozioni di segno opposto. E noi l'amiamo per questo. Stasera al "Meazza", finché ci sarà ancora un briciolo di speranza, saremo tutti presenti a incitare i ragazzi [allenamento in notturna - convocati]. Consapevoli che, anche se uscissimo dalla competizione continentale, la stagione non sarà fallimentare come vedove e burattini della stampa nostrana hanno provato a farci credere da due anni (invocando le scuse più improbabili) e si affretteranno a ribadire anche stavolta. Ci sarà un tricolore da conquistare, a coronamento di un dominio che in due campionati ci ha visti sconfitti solo due volte e ci ha visti infrangere ogni record nazionale. Ma al campionato penseremo eventualmente domani. L'11 marzo è arrivato. E tra il Liverpool e il suo passaggio del turno quasi scontato c'è ancora un'incognita. Nera e azzurra. Come i colori del cielo e della notte. Nulla è impossibile per questa Inter. Forza ragazzi.

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scritto da hae mercoledì, 27 febbraio 2008 alle 22:57
in discussioni, campionato, mitologia | commenti (150)

La differenza tra nerazzurri e giallorossi. Roma, Stadio Olimpico, settembre 2007: la Roma in dieci uomini (espulso Giuly) ne prende 4 in casa contro l'Inter... Milano, Stadio Meazza, febbraio 2008: l'Inter in dieci uomini (infortunato Maxwell), e priva dell'attacco titolare (Ibra-Cruz), resiste per 20 minuti alla pressione dei giallorossi in superiorità numerica... e trova il pareggio col Capitano [video]. Il campo dice questo: le polemiche lasciamole a vedove e burattini.

   Prima il legno di Crespo, dopo una spettacolare girata che avrebbe meritato una sorte migliore e... se si fosse insaccata avrebbe tirato giù lo stadio: la sfera passeggia sulla linea bianca, a Doni battuto, e esce sul fondo prima che Cambiasso possa ribadirla in rete; poi la segnatura di Totti in contropiede, sull'unico tiro in porta dei giallorossi nella prima frazione. Irriverente esultanza sotto la Nord. L'Inter produce gioco e schiaccia la Roma nella propria metà campo ma chiude i primi 45' in svantaggio. Si addensano cattivi presagi.

   Gli ingredienti per la classica "serata storta" ci sono tutti. I giallorossi a San Siro hanno già vinto le ultime tre sfide dirette (i nerazzurri si sono imposti all'Olimpico). E la ripresa è seriamente condizionata dalla necessità di recuperare il risultato. Un condizionamento di cui il volto di Roberto Mancini è uno specchio: prima stravolge in corsa l'undici iniziale alleggerendo il centrocampo (fuori Stankovic, Cambiasso e Figo; dentro Pelé) e appesantendo il reparto d'attacco (Suazo, Balotelli); poi esulta in modo incontenibile, scaricando tutta la tensione accumulata, quando il Capitano trova la rete del pareggio. Già, il Capitano.

   Chi può dire quanto valga il goal di Saverio? Per le statistiche sicuramente molto: l'Inter continua infatti la serie ininterrotta di partite casalinghe in cui va in goal; e continua a essere l'unica squadra europea imbattuta nel proprio campionato. Ma per la psicologia della squadra (e del campionato) vale ancora di più. La Roma, incapace di affondare il colpo pur avendo giocato venti decisivi minuti della ripresa con l'Inter in inferiorità numerica per l'infortunio di Maxwell (Mancini aveva già speso tutti i cambi), resta a 9 lunghezze e dimostra ancora una volta di meritare la posizione che occupa: alle spalle dell'Inter. I giallorossi, che perdono pedine fondamentali per la prossima di campionato (infortunato Cassetti, due diffidati tra cui Mexes poi espulso), si incattiviscono nel finale cercando lo scontro fisico e la rissa. In undici contro undici l'Inter, seppur priva degli attaccanti titolari (Ibra e Cruz), è superiore alla Roma titolare. E se la partita fosse durata altri due minuti...
scritto da hae lunedì, 18 febbraio 2008 alle 00:28
in discussioni, mitologia, coppe | commenti (124)
   Lo "Spion Kop" è dal 1906 una delle due curve del mitico stadio di Anfield. Quella che raccoglie il tifo più caldo del Liverpool. Deriva il nome dall'omonima collina situata nella regione sudafricana del Natal, luogo di una battaglia della seconda guerra Anglo-Boera che vide una grave sconfitta da parte delle forze britanniche e molti caduti provenienti da Liverpool. Si dice che i tifosi del Kop possano «risucchiare la palla in rete» quando il Liverpool attacca verso la porta situata sotto quella curva, a sottolineare l'entusiasmo con cui i fans sostengono senza sosta la squadra nelle sfide in casa [leggi]. A seguito dell'adozione delle misure di sicurezza istituite dopo la strage di Hillsborough del 1989, che provocò la morte di un centinaio di persone, la capacità del Kop (originariamente circa 29.000 unità) è stata dimezzata. Ma quella fetta di stadio [foto - video] mette ancora i brividi.

   Giocheremo a Anfield domani. I nostri sostenitori prenderanno posto nella curva opposta al Kop, la più mite "Anfield Road Stand", nella quale vi è un settore di 2.000 posti (a sedere) per i tifosi ospiti. E ve ne saranno oltre 40.000 a sostenere i "Reds". Che non attraversano un grande periodo di forma, è vero; occupano la quinta posizione della Premier League e sono stati eliminati in modo inatteso dalla FA Cup da un club di seconda divisione; il club attraversa inoltre una stagione di gravi incertezze finanziarie e il tecnico Benitez pare abbia i giorni contati. Ma in Champions si trasformano. E le due finali conquistate negli ultimi tre anni lo testimoniano abbondantemente.

   Carragher, Mascherano, Gerrard, Xabi Alonso, Torres, Crouch, Kuytt. Domani entreranno in campo sfiorando come sempre con la mano la targa metallica posta sul muro di spalletta della scalinata che conduce sul rettangolo verde. Sulla targa c'è scritto: "This is Anfield". Bill Shankly, il mitico allenatore che gettò le basi per il dominio nazionale ed europeo del Liverpool degli anni settanta e ottanta, fece apporre la targhetta «per ricordare ai nostri ragazzi per quale maglia giocano, e ai nostri avversari contro chi giocano». Domani sera, sull'erba del mitico Anfield, Saverio e Cuchu, Matrix e Zlatan, Maicon e Julio se la vedranno con loro. E con i Kops che non smetteranno di incitarli. Questo è Liverpool - Inter.
scritto da hae lunedì, 15 ottobre 2007 alle 16:04
in mitologia | commenti (21)

Eravamo contenti, Gigi. Io avevo segnato tre gol alla Sampdoria e tu eri stato protagonista assoluto: era forte quel Toro e quante risate alla cena nella sede di corso Vittorio Emanuele. Eravamo seduti vicino, tu sorridevi e mi dicesti: «Domenica c'è il derby, secondo me segni di nuovo tre gol». Mi misi a ridere e a prenderti in giro: «Guarda che tre gol è un evento nel calcio, mica si possono fare sempre. E poi contro la Juve sarebbe come un miracolo». Tu, però, insistevi ed eri sicuro della mia tripletta. Sto ancora male se penso a quelle ultime parole, perché furono le ultime che ci scambiammo. (Nestor Combin)

   Quel derby finì 4-0 per il Toro. E Nestor Combin andò a segno tre volte. La quarta rete fu del giovane Carelli, che per l'occasione indossava la casacca numero 7 di Gigi Meroni. Gigi era scomparso la domenica precedente, investito da un'auto nel cuore di Torino.

   La struggente lettera che Combin, attaccante franco-argentino del Toro degli anni Sessanta, ha scritto a Gigi Meroni nella ricorrenza del quarantesimo anniversario della sua scomparsa potete leggerla su La Stampa. Non serve aggiungere molto altro. Il monumento che ieri è stato inaugurato a Torino con una cerimonia commemorativa recita: "Stella del calcio granata e nazionale". Ma Gigi Meroni, "il quinto beatle", strappato prematuramente alla vita e all'affetto dei suoi cari e di milioni di tifosi a soli ventiquattro anni alla vigilia del '68, era anche molto altro. Uno straordinario e poliedrico artista e comunicatore, un poeta del football e dello sport. Un precursore dei costumi. A noi interisti, legati al popolo granata da un sentimento di profonda ammirazione e simpatia, Gigi piace ricordarlo per il suo talento e l'anticonformismo. Oltreché per uno strepitoso goal che, qualche mese prima di morire, ci segnò nel '67 a S. Siro interrompendo la lunga striscia di imbattibilità dei nerazzurri. Goal che ci costò lo scudetto.

Per saperne di più.
scritto da taribo59 lunedì, 08 ottobre 2007 alle 13:38
in mitologia, calciatori | commenti (22)
   Sapete come la penso su Julio Ricardo Cruz: gli farei un monumento. Ha segnato una quantità di gol decisivi, il più delle volte alzandosi dalla panchina. Magari si chiede come mai gli venga riservato un minutaggio così limitato, nonostante nessuno (ripeto: nessuno) abbia il suo rapporto minuti giocati / gol segnati. Bisogna risalire ai tempi juventini di José Altafini.

   Da anni, Julio Ricardo è condannato a lasciare spazio ai vari Vieri, Adriano, Crespo, Martins... ritagliandosi un ruolo che nel calcio non esiste: quello del "sesto uomo" del basket, chiamato a far prendere fiato a uno del quintetto-base. Una specie di Pittis o di Kukoc (a Chicago). Per molto, molto meno, altri fanno polemica. La fortuna dell'Inter (e di Mancini) è poter contare su questo argentino silenzioso, che fra un paio di giorni compie 33 anni, che non sgomita, non rilascia dichiarazioni ricattatorie, e si fa trovare sempre pronto. Fra i nerazzurri dell'attuale rosa, credo che solo Cambiasso e Figo gli stiano alla pari, quanto a sagacia tattica. Cruz fa sempre la cosa giusta: magari sbaglia il passaggio, ma era quello il passaggio che andava tentato. E fate caso a un altro dettaglio: sui rilanci del portiere, Cruz difende il pallone come pochissimi altri, e sa conquistarsi falli con un’astuzia rara. La sua dote migliore è la generosità: non nel senso che si attribuiva agli attaccanti alla-Graziani, che caracollavano per tutto il campo e andavano in aiuto dei difensori; penso alla generosità di sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d'onda dell'altro attaccante, favorendolo con la rapidità del passaggio o con gli smarcamenti che aprono spazio. Accanto a Cruz sembrava un attaccante completo persino Oba Martins...

   I due gol segnati al Napoli (uno di destro e uno di sinistro) potevano essere tre o quattro, perché in certe occasioni Cruz mostra il suo unico, vero limite: non ha l’istinto del killer, quello – per intenderci – che possiede Crespo, e può apparire molle, perché usa poco i gomiti e gli piace girare ai margini dell’area di rigore. Purtroppo a Valencia sbagliò un gol quasi identico al secondo che ha segnato sabato sera, con il pallone che viene da dietro e va colpito di collo pieno, con una rotazione minima, rapidissima. Nessuno è perfetto: ma non è un segreto che Cruz fosse il preferito di Giacinto Facchetti.
scritto da taribo59 venerdì, 07 settembre 2007 alle 09:32
in mitologia | commenti (16)
mit2

   Avevo 7 anni, la tv era in bianco e nero, e mi sembrò di assistere a un prodigio. Per l'Uefa è il più bel gol nella storia della Coppa dei Campioni: lo realizzò Sandro Mazzola, a Budapest, al 40' del primo tempo, portando in vantaggio l'Inter che poi vinse 2-0 in casa del Vasas (anche il raddoppio fu segnato da Mazzola).
   Un'azione interminabile (ora sappiamo che durò 12 secondi), quasi irridente, che fece trattenere il fiato anche ai compagni di squadra; Mazzola scartò sei avversari, fra cui il portiere, prima di depositare il pallone in rete; Suarez accorse minaccioso, abbracciò il compagno e gli sussurrò: "Se non facevi gol, ti avrei ammazzato. Sei pazzo, pazzo, pazzo".

   Ecco cosa scrisse Gianni Brera: "Poi viene il 40'. Bedin dà la palla del gol a Mazzola, che ha alla propria sinistra Jair in fuori gioco (la decima volta, ciolla d'on negher). Mazzola vince un dribbling a non tira: la palla salta male: allora aspetta Mezsoly; lo scarta: aspetta il portiere e lo scarta sulla destra; poi torna al centro a deve scartare un altro (forse Berendi): Mezsoly corre sulla linea della porta: se sbaglia questo gol, Mazzola in merdam conlatus: basta Lisander, basta Lombardei: non gli credo più neanche se si fa prete. Lisander si accentra, scarta l'ultimo (cioè il quarto) e infila fra palo e Mezsoly con calma superiore".

Il disegno è di Silva.

scritto da taribo59 giovedì, 06 settembre 2007 alle 10:47
in mitologia | commenti (63)
Inter - Liverpool 3-0

   Azione di rimessa e palla a Suarez nell'emisfero destro del centrocampo, apertura immediata verso Mario Corso che di prima intenzione taglia in profondità da sinistra verso destra; quello di Corso è un assist liftato, diabolico nella sua sornioneria, perché la palla tocca docilmente terra al limite centrale dell'aria inglese senza quasi rimbalzare: in quel punto, incuneandosi tra le due linee difensive, Facchetti arriva con lo scatto del quattrocentista nato e del centravanti mancato sparando in gol di pieno collo destro. Nemmeno si tratta di un gol ma di una lezione tattica ed allo stesso tempo di un prodigio balistico. Vederlo esultare, nelle stinte immagini di repertorio, in biancoenero sgranato, fa tenerezza: corre e salta, scomponendosi un attimo, alza per un istante le braccia al cielo, e stavolta sorride, di un sorriso cordiale e persino radioso. Dura poco più di un attimo, poi si ricompone per tornare alla misura che gli è propria, così sottile e arresa da sfiorare la malinconia...

   Il gol del 3-0 in Inter-Liverpool, nel racconto di Massimo Raffaeli
(il Manifesto, 5 settembre 2007)