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Gli interisti potranno andare a Parma, i romanisti non potranno andare a Catania. Con tutto il rispetto di chi deve garantire l'ordine [...] resta chiarissimo dal punto di vista sportivo lo squilibrio che questa decisione può creare. Alessandro Vocalelli
Caro Vocalelli, Lei ha ragione. Questo non è un Paese normale. E il giornale che Lei dirige ne è un esempio lampante. Nelle ultime ore rimbalza infatti dalla Capitale l'ennesima polemica montata ad arte. Montata ad arte con un solo scopo, diciamocelo. Quello di infiammare la vigilia di una gara, l'ultima di questo tormentato torneo, che dovrebbe decidere l'assegnazione del titolo. E di far passare l'Inter come la Società che si gioverebbe, ancora una volta, di un qualche trattamento di favore in chiave scudetto. Uno scudetto da ridere, come titolavate voi stessi settimane addietro (naturalmente NON a proposito della rete regolare di Ibrahimovic annullata a Udine con un'Inter in 10 uomini per oltre un'ora o alla rete in off-side di tre metri di Camoranesi o di Rocchi in Lazio-Inter o del rigore concesso al Napoli; questo non è da ridere).
La Coppa Italia, com'era prevedibile, è oggi l'ultimo dei pensieri di Mancini. La partita con la Lazio arriva nel momento meno opportuno, con una volata in campionato da condurre e con una rosa nella quale dev'essere centellinato ogni minuto nelle gambe di ogni giocatore. Ma soprattutto, in un periodo in cui si devono stemperare i toni, arriva una serata piena zeppa di maleducati.
Iniziano i maleducatissimi tifosi delle due squadre sugli spalti: "Vincerete il tricolor" intonano i laziali. "A Roma solo la Lazio" rispondono prontamente i ragazzi della Nord. Ma un bel maleducato è anche Mancini, nello schierare una formazione da brividi: Chivu terzino destro, Cesar terzino sinistro, Maniche, Solari e Jimenez centrocampisti di copertura (!), Figo e Suazo larghi alle spalle dell'unica punta Crespo. La partita comincia male, con la Lazio bravissima a fare un pressing asfissiante e l'Inter che accetta di giocare in copertura e in attesa dello spazio per le ripartenze. Con la vera Inter, questo si tradurrebbe in copertura sicura e ripartenze velenose, ma con questa Inter il risultato sono un paio di occasioni di troppo per la Lazio e una sterilità assoluta in attacco, dove a Crespo non arriva una palla. Poi Figo si fa di nuovo male -problema al polpaccio- ed è costretto ad abbandonare il campo in favore di Bolzoni. Da qui, vuoi per il nuovo schieramento "a rombo" (Bolzoni basso, Jimenez alto, Maniche e Solari ai lati) vuoi perchè il giovane primavera chiude maleducatamente la porta dell'area di rigore, la partita cambia faccia.
Ronaldo de Assis Moreira. Conosciuto in Europa come Ronaldinho.
È la più devastante arma di distrazione di massa in mano ai giornalisti italiani da tre anni a questa parte. È servito a giustificare, con frequenza ciclica, le peggiori prestazioni del Milan in campionato nelle ultime due stagioni. Perdi il terzo derby di fila? nessun problema: "Il Milan è da Ronaldinho" ( leggi); compri un cesso di calciatore come Oliveira pagandolo oltre 20 milioni? nessun problema: "Con lui Ronaldinho è più vicino, stesso procuratore" ( leggi). Si ricordano anche le patetiche aste: "Un soldinho per Ronaldinho" ( leggi - leggi); e persino le interferenze in campagna elettorale... quando nell'agenda politica del leader del Popolo della libertà si fa largo il tormentone e durante un comizio a Savona gli elettori gli chiedono... Ronaldinho. Ecco, dopo l'eliminazione della "meravigliosa Roma" dalla Champions - c'era da aspettarselo - i titoli dei giornali sportivi oggi in edicola sono tutti per... Ronaldinho. Della serie: sempre sulla notizia. La Roma, "forza e onore", fallisce l'impresa all'Old Trafford. Di più: Ferguson umilia i giallorossi lasciando in panchina Scholes, Cristiano Ronaldo e Rooney. I giallorossi perdono coi Red Devils in casa e in trasferta (giocando sempre in 11) segnando zero reti in 180 minuti. Ma il titolo della Gazzetta è: "Asta per Ronaldinho"; quello del Corriere dello sport: "Ronaldinho all'Inter: tutta la verità". Giallorossi eliminati a testa alta? Ronaldinho, arma di distrazione di massa.
Una pezza da piedi. Diciamolo ora a chiare lettere, perché non lo troveremo scritto sui giornali domani. I media parleranno di Roma volenterosa, di Roma coraggiosa, di Roma che ci prova fino all'ultimo, di Roma che mette in difficoltà il Manchester. Ma la verità è un'altra ed è sotto gli occhi di tutti: li hanno trattati come una pezza da piedi.
"In semifinale col Barcellona sarà dura". Esordisce così in settimana Sir Alex Ferguson. Poi qualcuno gli fa notare che c'è ancora la partita con la Roma da giocare: lui imbastisce due banalità (dovremo stare attenti, sarà difficile) e torna a pensare a come ingabbiare Eto'o. Troppo supponente questo Ferguson, la Roma potrebbe tirargli un brutto scherzo. Oppure no, è solo pretattica, in realtà Sir Alex ha una gran paura dei giallorossi. Solo pretattica, infatti: una pretattica che dura fino all'inizio del match, quando il baronetto scozzese presenta in campo il suo Manchester facendo spallucce per l'infortunio di Vidic e, anzi, tenendo fuori Scholes, Cristiano Ronaldo e Rooney. Addirittura in tribuna Evra e Nani, per lasciare posto a bordocampo al giovanissimo Welbeck -zero presenze in prima squadra- e al grande Gary Neville al rientro dopo 13 mesi di infortunio. Del resto domenica c'è l'Arsenal e bisogna arrivare freschi: non vorremo stancarci per quest'amichevole? Come dite? Non era un'amichevole? Ah...vabbè...allora Cristiano Ronaldo è stanco per aver ritirato prima della partita l'assegno della Croce Rossa, Scholes non voleva celebrare le sue 100 presenze in Europa con una squadra come la Roma e Rooney...beh, Rooney non aveva voglia. Va bene così?
Mentre la famiglia Sensi finisce sotto inchiesta assieme a Preziosi nell'ambito delle indagini su Fabio Capello e l'evasione fiscale ( leggi), domani si disputerà il second leg dei quarti di finale tra Roma e Manchester Utd. La sfida d'andata si è conclusa con un netto 0-2 casalingo (più un palo di Ronaldo e altre occasioni sottoporta sprecate dagli inglesi) intorno al quale, come c'era da attendersi, i giornali non hanno ricamato più di tanto. L'Inter che gioca un'intera partita in 10 uomini nella bolgia di Anfield e subisce due reti negli ultimi 5 minuti (dopo aver perso per infortunio anche il secondo dei due difensori centrali) fa naturalmente più notizia di una Roma che in 11 contro 11 perde 2-0 in casa. Nessuna sorpresa: sappiamo come funziona l'informazione in Italia.
Purtroppo Roma-Manchester è andata persino peggio del previsto (so che non siamo tutti d'accordo su questo, io sono fra quelli che speravano che la qualificazione restasse in gioco). Ma è stata una serata istruttiva, confermandomi in certi pensieri e facendomi capire qualcosa di nuovo. Per esempio:
- ci sono giornalisti sportivi che vedevano favorita la Roma non solo per questi Quarti di finale, ma persino per la conquista della Coppa (compreso il nostro amico Franco Rossi...);
- chi pensa che l’Inter sia all’altezza di vincere la Champions, dovrebbe ringraziare il Liverpool: contro questo Manchester probabilmente ne avremmo beccati 4;
- Spalletti non è meglio di Mancini (o di Capello): riesce a commettere gli stessi errori e non sa capovolgere situazioni molto difficili con una mossa di genio (l’ultimo a farlo, in Coppa, è stato Ancelotti);
- la Roma si concentrerà sul campionato rovesciandovi la rabbia per un’eliminazione che rischia di diventare cocente: all’Old Trafford sarà meglio andarci per salvare la faccia (1-1, 2-1), perché se ci si illude se ne rimediano 3 o 4;
- ripenso a quanto è stato fortunato il Milan un anno fa a incrociare un Manchester in panne, senza Rio Ferdinand e Vidic...
- Cristiano Ronaldo e Rooney sono la coppia d’attacco meglio assortita dai tempi in cui Ronaldinho era ancora un calciatore e faceva coppia con Eto’o; (a proposito, se il colpo del centenario è Ronaldinho, tanto vale completare la frittata con Mourinho...);
- i tifosi della Roma sono stati magnifici, alcuni tra quelli dell’Inter dovrebbero andare a scuola all’Olimpico;
- senza Totti la Roma perde metà delle soluzioni offensive; ma se le tre mezze punte (Mancini, Taddei e Aquilani) sbagliano partita, anche la presenza di Totti non può fare la differenza.
- la parata di Van der Saar su Vucinic, sullo 0-1, è stata il momento topico dell’incontro; sull’1-1 potevano cambiare molte cose. Ma alla fine ho temuto ne facessero un altro paio; i cambi di ritmo di Scholes sono il libro di testo di Cambiasso;
- ci siamo persi l’annunciato spettacolo di Sabrina Ferilli e, come fa notare Quintilia, solo miracoli di chirurgia estetica possono offrirle altre possibilità europee. Perciò chiedo ad Hae e a Luis, che trovano foto bellissime, di riservare un commosso omaggio alla triste Sabrina.
Tapiri. "Così sarà difficile anche per arrivare al secondo posto. Ci dobbiamo svegliare, io per primo. Non dobbiamo cercare alibi, su Nedved ho fatto fallo, rischiando di prendere il rosso". Il mea culpa è firmato Mexes. E Luciano "Kleenex" Spalletti? Sfrutta al meglio l'alibi Real anche se riconosce una certa superiorità della J**e. "Come la va sor Luciano? Come la va?" Dovrebbe dirgli Staffelli consegnandogli il tapiro d'oro. L'ennesimo. Regala a Oriali un'altra partita da consegnare a vedove e burattini. A Vocalelli e a Franco Ordine, passando per Cucci, Melli e il dimissionario Riccardo Luna. E il "gabidano" che imita Farina saltando il terzo tempo? Siamo sicuri: qualcosa c'è sotto... sì, la solita rometta (cit.) a 11 punti di distacco. Il 27 febbraio si serve per game, set and match. E il Milan? Strappa un pari a Parma. Ma il suo portiere brasiliano ci regala un'altra chicca. Pensavamo che gli episodi di Glasgow e del derby fossero un doppio climax parallelo. Ma evidentemente ci sbagliavamo: colpito dalla strega durante l'intervallo è costretto ad uscire in barella dalla panchina. Grazie Brujita!
Julio Cesar 6,5 - Il posizionamento sulla splendida punizione di Diamanti non è dei migliori ma nel seguito dell'azione compie un fantastico intervento sul colpo di testa di Vidigal. Felino. Maicon 6,5 - Per capire l'importanza del Colosso per la manovra nerazzurra basti contare il numero di palloni giocati nel primo tempo. Non tira mai indietro la gamba e sul finale rischia inutilmente di farsi male in uno scontro con Galante. Sembra pronto per Anfield. Burdisso 6+ - Quando si giudicano le prestazioni del Padroncito non va mai dimenticato che riesce a giocare poche volte nella sua posizione naturale. Annulla Bogdani. Ottima chiusura alla mezz'ora della prima frazione su un contropiede amaranto. Deciso. Chivu 7 - Quarta gara della stagione da centale difensivo dopo Reggina, Psv e Genoa. Svolge con eleganza sia il ruolo di regista difensivo - da segnale un millimetrico lancio per Maxwell sul finire della gara - sia la fase di marcatura. Prezioso. Maxwell 7+ (il migliore) - Il conte Max gioca la sua miglior partita stagionale. Fa impazzire Grandoni e Pulzetti con colpi di classe immersi in una spinta costante. Dal suo piede parte il cross per il raddoppio. ll gioco di prestigio con tanto di tunnel con quale si libera di tre uomini vale il prezzo del biglietto.
Zanetti 6,5 - Da esterno di centrocampo copre adeguatamente le discese di Maicon, da terzino svolge l'ordinaria amministrazione. Immancabile la sua sgroppata, come la sensazione che sradicargli il pallone sia impresa quasi impossibile. Pelè 5 - Qualche buon lancio per il diciannovenne portoghese, ma nel complesso è poco preciso. Perde molti palloni in modo banale, molto spesso con giocate al alto coefficiente di difficoltà sulla nostra tre-quarti. Da un suo fallo (su una palla persa) nasce la punizione di Diamanti. Cambiasso 7 - Attento, preciso, puntuale, generoso. A voler essere pignoli sbaglia un goal davanti ad Amelia, dimostrando comunque il suo increbibile tempismo negli inserimenti. Stankovic 5,5 - Gioca da esterno nel 4-4-2, posizione non troppo gradita. Nel secondo tempo agisce da trequartista, ma non incide. A differenza di Maicon non sembra prontissimo per Liverpool. La speranza è che si sia risparmiato. Crespo 5,5 - I movimenti in campo sono quelli giusti, come al solito. Il suo altruismo nell'azione in cui serve Suazo, invece, cozza con le dichiarazioni rilasciate a fine gara. Comprensibili, ma inopportune. Il principio meritocratico di Mancini che lo ha condannato fin qui, potrebbe essere la sua speranza nei mesi decisivi della stagione. Suazo 7 - Settimo goal stagionale. La difesa del Livorno gli dà una mano, forse due, ma lui si fa trovare pronto e scaltro nell'approfittare dei gentili omaggi. Straripante nell'azione al minuto 62: un mix di potenza, velocità e tecnica che mette Cambiasso in condizione di far goal. Se tutto va come speriamo, uno spezzone di gara tra Hyppia e Carragher potrebbe essere devastante.
Maniche sv - Mancini gli preferisce ancora il giovane Pelè. I motivi potrebbero essere svariati. Il meno "doloroso" riguarda la Champions. Figo sv - Accolto con l'accoglienza che merita, entra in campo mostrando una gran voglia di giocare. Quel sombrero a centrocampo ha comportato un pensiero malevolo nei confronti del macellaio simulatore che ci ha privato per gran parte della stagione della sua immensa classe. Bentornato. Materazzi sv - Giusto il tempo per qualche applauso al suo ingresso. Mancini 8 - Dalla fine del silenzio stampa gioca due partite. In campo fa rifiatare Ibra e Cruz, aumenta il minutaggio di Maicon e Stankovic, sbatte Cordoba in tribuna, passa con disivoltura dal 4-4-2 al 4-3-1-2 al 4-5-1 e raccoglie gli incessanti cori della Nord. L'ultima azione della partita fatta di 10 passaggi di prima nello stretto è una tipologia di risposta a chi ancora paragona la J**e di Capello alla sua Inter. Fuori dal campo è semplicente strepitoso "Non ci sono dubbi sui nostri gol. Di che si parla questa sera? Le trasmissioni tv serali le faranno lo stesso?" [leggi]. Ma di Crespo, naturalmente! De Marco sv - Meriterebbe un voto altissimo solo per non aver commesso errori grossolani, anche se situazioni dubbie non si sono verificate. Il problema resta la mancanza di uniformità di giudizio. Mancano all'appello diversi gialli e due rossi. Non ammoniti: Pasquale su Maicon e Vidigal su Pelè. Non espulsi: Galante che stende il Colosso e rifila 4 calcioni da dietro a Suazo e Pulzetti che, già sanzionato per aver trattenuto Maxwell, ripete lo stesso fallo. Bontà precostituita.
Lo suona bene il piffero, Spalletti. Ci ammalia con la sua melodia suadente e ci offre ogni volta un'esecuzione pressoché perfetta. Troppo perfetta per essere "vera". Suona "a memoria", si dice. Poi... swoosh... il colpo di vento che allontana lo spartito dal leggìo e... l'orchestra giallorossa implode di fronte a una direzione che d'un tratto si scopre improvvisata e impotente. Quante stecche ieri. La direzione sembrava quella di un maestro, Luciano Spalletti, che conosce un solo spartito. E dirige certamente bene la propria orchestra - "la Roma è la più bella", no? - ma solo finché si tratta di suonare sempre la stessa musica.
La squadra di Spalletti ha un gioco a una sola dimensione e anche nella sfida con l’Inter all’Olimpico ha mostrato tutti i suoi limiti, limiti mostrati ampiamente l’anno passato quando finì staccata di ventidue punti. (leggi)
Certo, se ambisci a vincere lo scudetto non puoi ricavare 2 punti nelle prime 3 partite "vere" che il calendario ti impone, due delle quali in casa (con la neopromossa Juventus di Lefrattaglie e Criscito e con l'Inter). L'Inter della passata stagione - impermeabile a una rancorosa e tendenziosa campagna mediatica che dura ancora e che i giallorossi hanno la fortuna di non dover fronteggiare ogni santo giorno - esordì a Firenze portandosi sullo 0-3 a venti minuti dal termine, a qualche ora dalla morte del Cipe; poi la Sampdoria; e infine la vittoriosa trasferta all'Olimpico contro la Roma asfaltata anche ieri. Ieri la "singolar tenzone" delle panchine l'ha vinta Mancini. L'ha stravinta, anzi. Ha sorpreso tutti con una formazione disposta in modo speculare rispetto a quella giallorossa: una sola punta e una ragnatela di centrocampo che ha irretito quello romanista. E dopo una frazione di gioco il coup de théâtre: fuori Ibra ammaccato, si torna al 4-4-2 con i due spietati sicari argentini - Crespo e Cruz - là davanti a seminare morte e distruzione.
La Roma è rimasta in 10 dopo mezz'ora, è vero. Ma prima di allora i giallorossi cosa avevano concluso? Se Giuly non l'avesse parato sulla linea della propria porta dove sarebbe finito quel pallone scagliato maleficamente da Ibra dopo la parata di Doni su Cesar? Amen. Beccantini, tifoso juventino d.o.c. ma autorevole e competente narratore di cose calcistiche, coglie nel segno come al suo solito raccontando su La Stampa il Roma-Inter di ieri:
È il 29’. Segnatevi questo minuto. Spacca la partita. L’uomo in meno ingessa una Roma che, per la verità, era già apparsa molle, confusa e sterile. Mancavano Aquilani e Taddei: dove le mettiamo le serenate sciolte alla qualità del mercato romanista? Il primo a non dare segni di reazione è Spalletti. L’alibi Manchester non regge. La gabbia di Dacourt, Figo, Stankovic, Cambiasso e Cesar blinda le fasce, Panucci e Tonetto non sanno che pesci pigliare, Pizarro ne azzecca poche, De Rossi non si stacca dalla garitta, a Samuel e Cordoba non resta che dare una spolveratina
ai mobili (leggi).
All'Inter mancavano Materazzi, Maicon e Vieira. Mettiamoci anche questo.
Su Il Giornale ci sono delle condivisibilissime pagelle. "Mancini - c'è scritto - stravince la «guerra» delle panchine con la tattica e con i cambi". Non solo. Il Mancio, baüscia dentro che non la manda certo a dire a gnomi, opinionisti da taverna e altri fossili che affollano l'universo televisivo e non solo, ha compiuto la rivoluzione più difficile: quella ambientale. C'era un tempo in cui le polemiche montate ad arte, il clima ostile alimentato dai media, le critiche talvolta troppo severe all'indirizzo della squadra contribuivano a minare l'equilibrio dello spogliatoio e comprometterne in modo devastante il cammino e i risultati. Oggi è il tempo in cui quelle critiche rancorose e le polemiche ci rimbalzano addosso trasformandosi in uno stimolo ulteriore. Questo succede solitamente alle grandi squadre. E ai loro grandi allenatori.
È quella che Roberto Mancini, criticato da più parti durante le ultime settimane, ha impartito al collega Spalletti. La Roma bella, vincente, sfavillante, amata e riverita in modo trasversale da tutto lo Stivale calcistico è stata umiliata e ridimensionata in casa propria contro un'Inter solida e possente. Un'Inter priva di Vieira, Maicon e Materazzi. Mancini si è inventato un modulo inedito rinforzando il centrocampo (imbavagliando gli incursori giallorossi) e posizionando il solo Ibrahimovic in avanti: la Roma, che gioca bene ma gioca in un solo modo possibile, ha tirato in porta una sola volta nel primo minuto di gioco con un potente calcio di punizione di Totti dal limite dell'area respinto da Julio Cesar (che poi ha ribattuto anche su Amantino). Dopodiché è sparita dal campo. È rimasta impaludata dallo scacchiere tattico sapientemente costruito dal Mancio. E l'espulsione di Giuly alla mezz'ora non ha fatto che confermare il corso che la gara aveva già preso.
Mancini è stato grande. È stato grande quando ha sostituito nei primi minuti della ripresa un Ibrahimovic ammaccato con due attaccanti togliendo un mediano: Dacourt. Dopo il fortunoso pareggio di Perrotta (colpevole Maxwell) l'Inter è tornata in vantaggio proprio con Crespo. E con Cruz, che qualche minuto priva aveva anche preso un palo con un bolide dal limite, ha chiuso la pratica. La rete dell'1-4 di Ramiro è solo la ciliegina sulla torta. Una torta che è andata di traverso alla folta schiera di detrattori dell'allenatore nerazzurro: opinionisti da taverna televisiva, antichi moggiordomi e rosiconi dell'ultim'ora. Quelli che "l'Inter non ha un gioco", che "non ha carattere", che "è Ibra dipendente". Una lezione di calcio. Salutate la capolista.
P.S. C'era un rigore su Figo e due su Ibrahimovic. Ma le recriminazioni lasciamole a Galliani, che "piange da due giorni". Il fazzoletto magari glielo presterà Spalletti.
Roma-Inter mondiale. Ore 18: Olimpico pieno per la sfida scudetto tra le regine della scorsa stagione. Due miliardi di persone in tutto il pianeta assisteranno al confronto Totti-Ibra.
Un titolo che dà l'idea dello stato pietoso della nostra stampa sportiva nazionale. Secondo il Corriere dello Sport dalle 18.00 alle 19.45 di oggi un terzo del pianeta Terra si fermerà per guardare una partita di calcio. La superficialità con la quale si scambia il dato potenziale della popolazione di un paese con l'audience televisivo è disarmante.
Ma tra le panzane del giorno meritano sicuramente una menzione le dichiarazioni rilasciate da Luciano Spalletti in conferenza stampa ieri. Il succo è il seguente:
Noi dobbiamo essere quelli che siamo stati negli ultimi due anni, cioè esprimerci attraverso il collettivo perché loro nelle individualità hanno qualche vantaggio. A volte il miglior collettivo batte i migliori undici.
Come si faccia a sostenere una tesi come questa mi riesce veramente difficile capirlo. Prima di tutto l'Inter potrebbe essere superiore - nelle individualità - qualora presentasse l'undici titolare, non l'undici privo di Maicon, Vieira, Chivu e Materazzi. L'argomentazione spallettiana, ricorrente in tutta la pubblicistica sportiva nazionale, cadrebbe già di fronte a questa semplice osservazione. In secondo luogo Spalletti, coperto da quella critica appunto, vorrebbe farci credere che De Rossi sia inferiore a Dacourt (panchinaro nella Roma due anni fa), che Cordoba sia meglio di Mexes, Crespo di Totti, Figo di Mancini e via discorrendo. La Roma è una signora squadra, piena zeppa di nazionali che vengono spesso indicati come i migliori nel loro ruolo. Quest'anno si è rinforzata con Juan, Giuly, Cicinho ed Esposito, non certo delle seconde linee, ma dei potenziali titolari simili a quelli che schiera l'Inter per coprire le numerose assenze.
La solfa è la solita: la Roma è un collettivo che gioca bene, il gioco si esprime attraverso le virtù taumaturgiche dell'allenatore. L'Inter, al contrario, è una squadra ricca di individualità che gioca attraverso singoli duelli. Ancora ieri leggevo da qualche parte che l'Inter è dipendente da Ibrahimovic. Ma basta guardare l'azione del gol di Mancini contro la Fiorentina, per scoprire che siamo di fronte alla stessa azione del secondo gol di Ibrahimovic, finalizzata in modo differente (e con una prodezza personale in entrambi i casi). Per non dire che guardando le carriere degli allenatori, si scopre che Mancini ha vinto 2 Coppe nazionali con squadre di seconda fascia. Il doppio di quello che ha vinto Spalletti con una squadra di primo livello.
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